Don Milani e l’obbedienza non è più una virtù

Iniziamo il 2021 con uno dei Nostri Maestri ed Ispiratori Don Milani e la Scuola di Barbiana dell’Associazione I Care. Se volete Bene alla nostra associazione per favore leggetelo tutto per capire i Nostri Valori Fondanti.


Sul finire del mese di dicembre del 1966, presso il Tribunale militare di Roma, si concluse un processo destinato a segnare la storia culturale e politica del nostro paese.

Sul banco degli imputati sedevano un prete e un comunista, con la differenza però che quest’ultimo in aula c’era per davvero, il primo invece solo virtualmente perché impossibilitato a muoversi a causa di un linfoma maligno che l’anno seguente l’avrebbe condotto alla tomba a soli 44 anni d’età.

Il prete in questione si chiamava don Lorenzo Milani ed era figlio di una donna ebrea e di un noto anticlericale, sposatisi con rito solo civile quando la cosa destava ancora scalpore. La sua era una famiglia agiata, tanto che delle 15 automobili circolanti a Firenze negli anni ’20 due erano loro, così come una serie di tenute, fra cui la villa al mare di Castiglioncello.

Qui, compagno d’ombrellone del piccolo Lorenzo fu il suo coetaneo e futuro giornalista Luca Pavolini, destinato a militare nel “Movimento dei cattolici comunisti”. All’epoca dei fatti dirigeva il periodico “Rinascita”, l’unico organo di stampa che ebbe l’ardire nel 1965 di pubblicare per intero la “Lettera ai cappellani militari toscani” scritta da don Milani.

Di fronte infatti al comunicato con cui questi ultimi avevano considerato “un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza”, don Lorenzo insieme ai ragazzi della sua scuola di Barbiana non era riuscito a stare zitto.

In quel piccolissimo borgo appenninico arrampicato sul Mugello e con meno di cento abitanti lo scomodo prete fu trasferito nel 1954 dalla sua precedente parrocchia di San Donato di Calenzano, dalla quale in Arcivescovado erano giunte lamentele su di lui perché “faceva il gioco delle sinistre”.Si pensava che lassù, dove si poteva arrivare solo a piedi, si sarebbe calmato un po’.

In verità la voce del futuro “priore di Barbiana”, anziché tacitarsi, da quelle montagne si fece sentire ancora più forte e chiara di prima, perché in quel luogo disperso don Lorenzo ritrovò il senso della propria vita nel salvare se stesso, insieme agli altri, nella fede in Dio, e tutto ciò per mezzo dell’educazione basata sull’espressione “I care!” (“Mi interessa!”), volutamente contrapposta al volgare “Me ne frego!” fascista.

Secondo lui, i figli di quei contadini e montanari semi-analfabeti soltanto interessandosi alla lettura quotidiana e comunitaria dei giornali con relativo scambio d’idee, allo studio delle lingue moderne, di storia, geopolitica, relazioni sindacali, diritto etc. e imparando ad esprimersi in un italiano impeccabile, avrebbero potuto colmare il divario che li separava dai loro coetanei appartenenti alle classi sociali più agiate, “perché la povertà non si misura a pane, casa e caldo, ma sul grado di cultura”.

Corollario di questo rivoluzionario sistema educativo fu il saper reagire all’ingiustizia, non però con le rivoluzioni o la violenza, ma con le armi pacifiche costituite dal voto e dall’esercizio del diritto di sciopero.

E null’altro che un particolare tipo di sciopero era per lui l’obiezione di coscienza, perché “l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, di cui i giovani non credano di potersi fare scudo né davanti agli uomini, né tanto meno davanti a Dio”.

Per primo sostenne dunque il dovere di disobbedire ad ordini ritenuti sbagliati (tipo bombardamenti di civili, rappresaglie, decimazioni, fucilazioni o comunque punizioni riservate ai disertori e guerre d’aggressione) non solo in base al comandamento biblico del “non uccidere”, ma anche al dettato costituzionale che all’art. 11 ripudia la guerra come strumento d’offesa.

Se però i giudici di primo grado assolsero i due coimputati “perché il fatto non costituiva reato”, la condanna di Pavolini arrivò in appello, quando invece don Lorenzo era già morto da quattro mesi.In uno degli ultimi incontri col suo Arcivescovo, il Card. Florit, don Milani gli si rivolse così: “Sa, Eminenza, quale è la differenza fra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni!”.Parole quanto mai profetiche perché nel maggio del 2014, parlando al mondo scolastico, Papa Francesco avrebbe detto che il segreto della scuola è “imparare ad imparare, così educando i giovani ad essere esperti della realtà, come insegnava un grande educatore italiano: don Lorenzo Milani”.

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