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I lavoratori della Manuli dicono no alla deindustrializzazione

16 novembre 2009 (MoviSol) – La vicenda dello stabilimento Manuli di Ascoli Piceno, dove l’11 novembre l’assemblea dei lavoratori ha respinto all’unanimità l’accordo siglato dai sindacati confederali, rappresenta forse oggi la vertenza simbolo di un modus operandi utilizzato in tutta l’Italia negli ultimi anni con lo scopo di de-industrializzare il Paese, assecondando i processi di delocalizzazione e globalizzazione. Un modus operandi da parte di alcune aziende che hanno visto nell’attuale crisi una giustificazione per formalizzare un percorso iniziato in realtà nei primi anni ’90. Quelle aziende ancora inseguono solo il valore degli azionisti muovendosi all’interno di una logica più finanziaria che industriale, senza alcun attaccamento al territorio e alla propria gente, senza interesse per il bene ed il futuro del nostro Paese. Oggi, governati in gran parte dalle stesse persone che hanno iniziato prima della crisi questi processi economici e culturali, dovremmo aspettarci una “ripresa” mediante gli stessi strumenti che ci hanno condotto dentro la crisi, ottenendo questa situazione sociale drammatica.

Troppo spesso queste vicende, comuni a tante situazioni locali, si concludono con l’accettazione del “male minore”, e cioè prepensionamenti, mobilità, riqualificazione mentre gli impianti industriali vengono smantellati e spesso venduti all’estero. Alla Manuli di Ascoli Piceno, per la prima volta, i lavoratori  hanno detto no e si sono opposti alla chiusura dell’ennesimo stabilimento produttivo, in una provincia dove, dal gennaio 2008, sono 3200 i posti di lavoro industriali già persi.

Grave è stato anche l’atteggiamento del responsabile del Ministero dello Sviluppo Economico al tavolo delle trattative, il dottor Giampietro Castano. Castano, Responsabile dell’Unita per la gestione delle vertenze delle imprese in crisi del MSE, durante un incontro tenutosi ad Ascoli Piceno di fronte al presidente della Provincia, al presidente della Camera di Commercio e al presidente di Confindustria Ascoli, ha dichiarato:“Non vi sognate di arginare la chiusura e la fuga da Ascoli delle grandi aziende!”. Ex-sindacalista, Castano ha fatto carriera nell’Olivetti, nota azienda incubatrice di “modernismo”, ed è al centro di numerose simili vertenze in tutta la penisola, come quella dell’azienda in crisi Eutelia. Ci si chiede se egli lavori per il Ministero dello Sviluppo o del “Sottosviluppo”.

Tornando all’esito dell’assemblea, il punto politicamente rilevante è che i lavoratori abbiano preso coscienza e riconosciuto il piano criminale che si stava perpetrando nei loro confronti, con i sindacati disposti ad accettare tutte le condizioni della azienda a scapito dei lavoratori. Durante l’assemblea un attivista di MoviSol, Andrea Pomozzi, ha svelato i retroscena della vicenda che coinvolge lo stabilimento ascolano e il gruppo proprietario in generale. La famiglia Manuli possiede dal 2001 un fondo hedge speculativo (http://www.hedgeinvest.it/) con assets per 950 milioni di euro, mentre appena qualche settimana fa, la famiglia Manuli ha creato un nuovo fondo (HI USA Real Estate Fund) mediante un’iniezione immediata di 5 milioni di euro ed un obiettivo di raccolta attorno ai 100 milioni di euro . Finalità di questo fondo è la speculazione immobiliare negli Stati Uniti, mercato florido dopo lo scoppio della bolla immobiliare americana dei subprime. La proprietà Manuli possiede anche le terme di Saturnia , ha partecipazione dell’11% in “Valore Reale” (un’altra società di speculazione immobiliare), una partecipazione in un’azienda che produce bio-diesel  e possiede altre società finanziarie . La famiglia che detiene questo impero ha pensato più di cinque anni fa (lontano dai famigerati venti di crisi, oggi causa di ogni male) di cominciare un processo di delocalizzazione della produzione per risparmiare sui costi della manodopera.

È stupefacente che nessuna delle sigle sindacali si sia accorta di questo processo nel corso degli anni e che oggi si presenti ai lavoratori un conto salato fatto di mobilità, cassa integrazione e licenziamenti. A completare il quadro che descrive il sistema “Paese Italia”, ci sono i giornali locali che il giorno dopo l’assemblea hanno accusato gli operai di squadrismo ed estremismo, di intrusione da parte di frange di facinorosi, senza minimamente accennare al paradosso di una rappresentanza sindacale duramente contestata dalla base. Basta guardare il video dell’assembleae leggere gli articoli del MessaggeroCorriere AdriaticoResto del Carlino del giorno dopo per capire l’evidente mistificazione dei fatti da parte della stampa locale. Riportiamo qui alcune parole di Margherita Recaldini, coordinatrice del sindacato intercategoriale SdL, estratte da un comunicato stampa del 12 Novembre. Parole che ci sembrano particolarmente rappresentative e significative:

“Una cortina di complice silenzio quello che sta avvolgendo quanto accaduto ieri all’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori della Manuli convocata per valutare l’accordo sottoscritto ‘in nome e per conto dei lavoratori’ da Cgil Cisl e Uil. Un silenzio assordante su tutti i giornali e sui media nazionali, un silenzio emblematico. La bocciatura unanime dell’accordo parla, a chi vuole ascoltare e vedere, di una crisi della rappresentanza dei sindacati tradizionali giunta ormai al capolinea e che si preferisce occultare. Laddove i lavoratori diventano protagonisti diretti e ‘controllori’ effettivi degli accordi sottoscritti in loro nome, le ‘ombre’ che avvolgono le intese a perdere che da anni Cgil, Cisl e Uil firmano a loro danno, si mostrano per quello che sono: mediazioni in favore della controparte, del padrone per dirla in modo più chiaro. Scandalose le dichiarazioni di Cgil, Cisl e Uil delle Marche che denunciano ‘intimidazioni e interruzioni continue’ nei confronti dei loro dirigenti sindacali mandati non certo a spiegare ai lavoratori in modo chiaro e completo l’accordo bensì a cercare in tutti i modi di farlo ‘digerire’ alle maestranze. Altro che impedimento della dialettica democratica! Quello di ieri, da parte dei lavoratori della Manuli, e stato un esempio di grande ‘autonomia soggettiva’ ad opera dei destinatari di un accordo truffa. Non a caso, a fronte della riluttanza dei lavoratori ad ingoiare il rospo il segretario nazionale del settore della Cisl, Angelo Colombini ha deciso di ‘differire’ il referendum sperando che il rinvio rendesse più arrendevoli i lavoratori. Una provocazione che non poteva che surriscaldare gli animi di lavoratori già provati da una vertenza in corso da mesi. Un mestierante di professione il Colombini che non ha trovato ad accoglierlo la solita ‘rassegnazione’ su cui da anni questi grigi burocrati sindacali puntano per “vendere” al padrone i loro ‘servigi’. Che il rientro solo di una parte dei lavoratori rappresenti semplicemente l’anticamera del differimento della chiusura della Manuli secondo la tempistica che la proprietà si e data, i lavoratori l’hanno capito e hanno anche capito che solo la loro unita poteva fare la differenza al punto in cui la vicenda era arrivata. Un segnale di dignità quello dei lavoratori a cui Cgil, Cisl e Uil Marche dovrebbero semplicemente inchinarsi! Perche di fronte all’arroganza e alla granitica fermezza di chi ha il coltello dalla parte del manico (il padrone) e può sempre decidere di chiudere quando vuole un’azienda o spostar la altrove per aumentare ulteriormente profitti già consistenti, non servono mediazioni. Serve la dignità!”

In un incontro successivo del 13 Novembre con il Governatore della Regione Marche Gian Mario Spacca, gli operai della Manuli hanno denunciato gli attacchi subiti dalla stampa, dai sindacati confederali e il vergognoso accordo ricevendo dal presidente della regione solidarietà e pieno sostegno. Spacca ha dichiarato: “Ho visto dei lavoratori che hanno grande dignità, un evidente stato di disagio, sentono le responsabilità di una famiglia sulle proprie spalle, ma pronti a ragionare.” Spacca si è impegnato a consegnare al governo un documento stilato dai lavoratori Manuli, in cui si chiede che, per fermare il processo di deindustrializzazione della Valle del Tronto, si mettano in opera interventi straordinari come quelli che Roosevelt, in ben altre dimensioni, eseguì nel 1933. Si parla della costituzione di un’agenzia per lo sviluppo che, a imitazione della famosa Tennessee Valley Authority, è chiamata Autorità per la Valle del Tronto, che possa costituire un esperimento pilota da adottare in tutto il paese.

Nella sua ultima enciclica Benedetto XVI scriveva: “Il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo diattirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e laderegolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale” e ancora “Non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile”.

In un altro passaggio si afferma:“Quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilita e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò e il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. […] L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la liberta e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare e l’uomo, la persona, nella sua integrità: L’uomo infatti e l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico sociale.”

Ha il sapore dell’ipocrisia allora lo sdegno di molti giornali e di gran parte dell’opinione pubblica di fronte alla divisione tra lavoratori e sindacati e non di fronte alle motivazioni che hanno portato a questo. Ha il sapore dell’ipocrisia, l’attenzione ideologica alle divisioni più che ai licenziamenti e alle vite abbandonate al loro destino. I sindacati devono capire che se assecondano certi meccanismi che conducono solo ad impoverimento economico e culturale, si scavano la fossa con le proprie mani. Non c’è la ripresa dietro l’angolo, l’economia non si riprenderà da sola con i processi “darwiniani”: questa è la ricetta che ha portato all’attuale crisi e che, se ancora applicata, garantirà il collasso totale.

La vicenda dei lavoratori Manuli è un segnale lanciato da una piccola parte del paese, che va raccolto per saldare un’alleanza di tutte le categorie colpite dalla crisi. C’è necessità di creare un “fronte” interclassista che coinvolga tutti gli strati sociali, tutte le professioni, tutte le correnti politiche, a sostegno di un “no” alla deindustrializzazione e una richiesta perentoria al Governo e al Parlamento: salvate questo paese!

L’accordo bocciato

Insulti, accuse, rabbia e sdegno. Sono queste forse le parole che meglio di altre possono descrivere il clima rovente in cui si e svolta l’assemblea dei lavoratori della Manuli presso la Camera di Commercio del capoluogo di provincia marchigiano. La Manuli ad Ascoli produce tubi rinforzati in gomma per applicazioni industriali ed automotive .

Oggetto degli attacchi degli operai sono stati i rappresentanti nazionali dei sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, accusati di aver firmato un’ipotesi di accordo definito “vergognoso” dagli stessi lavoratori.

L’ipotesi prevedeva l’esubero di 379 persone: di queste 254 sarebbero state messe in mobilità immediatamente, mentre i reparti produttivi dove essi lavoravano venivano smantellati. I rimanenti 125 sarebbero stati in teoria riassorbiti dalla “possibile solo parziale prosecuzione degli altri reparti” (dal Verbale di Esame Congiunto del 26/10/2009). Ma bastava leggere il testo dell’accordo per capire l’inganno. L’attività di produzione non sarebbe potuta proseguire in uno stabilimento manifatturiero di tale complessità senza i reparti di: Information Technology, Industrial Controlling, Controllo Qualità, Programmazione Produzione e Logistica, Industrial Engineering, Servizi di Manutenzione e Gestione Impianti, Safety and Security. Tutti questi reparti verranno chiusi definitivamente. Inoltre, nel Verbale di Accordo del 30/10/2009 l’azienda aveva inserito anche la clausola:“L’azienda eserciterà la facoltà di licenziamento fino al 31/08/2010”. E per finire, sempre nel Verbale di Esame Congiunto, l’azienda chiedeva la Cassa Integrazione Straordinaria per crisi anche per le persone che dovrebbero continuare a lavorare.

A fronte di tanta magnanimità da parte della proprietà, nell’accordo veniva richiesto alla Provincia di Ascoli Piceno di cambiare destinazione d’uso dei terreni liberati dalle attività smantellate (da industriale ad artigianale), in modo da poter rivendere a prezzi di mercato un terreno acquistato negli anni settanta a circa 400 delle vecchie lire al metro quadro. In cambio di tali concessioni, l’azienda voleva smantellare gli stabilimenti e vendere i macchinari comprati con la Cassa del Mezzogiorno. A fronte di tanta generosità nei confronti dei lavoratori, la Manuli chiedeva al comune di Ascoli Piceno di realizzare a spese della collettività una rete elettrica tra lo stabilimento in dismissione ed un altro stabilimento a qualche chilometro di distanza, in modo che l’azienda potesse utilizzare l’energia prodotta da una centrale di cogenerazione per la quale altrimenti la Manuli avrebbe dovuto pagare forti penali alla ditta costruttrice in caso di mancato utilizzo .

Del resto che la Manuli non avesse alcun piano strategico di sviluppo per lo stabilimento ascolano si evince anche dal fatto che nel 2004 costituì una società a diritto lussemburghese a cui vendette una parte degli stabilimenti di produzione di Ascoli Piceno. Tale società che nel corso degli ultimi 5 anni ha cambiato più volte nome e sede legale (Lussemburgo, Italia, Polonia) per poi fallire come Maflow S.p.A. nel Maggio scorso con sentenza del tribunale civile di Milano . Durante questi anni la Maflow ha realizzato stabilimenti e società all’estero che godono di ottima salute, al contrario di quella italiana. Inoltre con giochi di scatole cinesi la Manuli ha guadagnato con vendite ed acquisizioni, creando valore aggiunto ad ogni passaggio societario (Relazione dei Commissari Giudiziali ex art. 28 D.LGS. 270/1999).

Note:

– Vedi il sito www.presidiomanuli.net.

– Vedi il documento in PDF su www.hedgeinvest.it.

– Vedi il documento in PDF su www.tipspa.it

– Vedi la pagina di www.valorerealesgr.it

– Vedi la pagina di www.oxem.it

– Vedi il sito www.amfinspa.com

– Vedi www.manuli-hydraulics.com

– La centrale è stata costruita all’interno degli stabilimenti in dismissione qualche anno fa dalla società COVER per conto della Manuli, utilizzando fondi pubblici.

– Vedi la pagina di www.maflow.net

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