ASPETTATE A CANTAR VITTORIA, LA RECESSIONE C’È TUTTA

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Cosa sta diventando il capitalismo nell’America che era la riconosciuta depositaria della sua ortodossia? Un sistema dove il governo ti dà dei soldi per sopravvivere, e le aziende te ne danno altri per comprare quello che producono. Nonostante questo, il deludente dato di luglio sul calo delle vendite al dettaglio, meno 0,1% contro le aspettative di un più 0,8%, segnala che la gente è ancora restia ad aprire il portafoglio, e raffredda gli entusiasmi di chi sostiene che la recessione è acqua passata. Lo sarà, dicono gli scettici, solo quando due degli indicatori principe, disoccupazione e consumi, segneranno una decisa e costante inversione di tendenza.

Per una curiosa coincidenza, il dato sulla sempre scarsa propensione degli americani agli acquisti è uscito ieri in contemporanea con le trimestrali di due cattedrali del consumo di massa come Wal-Mart (che fattura poco più di un quinto del Pil italiano) e Macy’s.

Entrambe, pur avendo fatto molto peggio dell’anno scorso, hanno fatto molto meglio di quel che gli analisti si aspettavano. Ciò non è bastato tuttavia a dissipare le ombre sul futuro, se è vero che le due aziende annunciano un piano di ulteriori tagli e risparmi in aggiunta a quelli già fatti.

La delusione sui consumi è co-cente soprattutto dal punto di vista psicologico, perché non c’è cosa peggiore di dover prendere atto di un arretramento quando invece le prospettive sono tutte orientate alla crescita. Magari troppo fideisticamente, ma questo è un paese che non vede l’ora di scrollarsi di dosso una recessione che i suoi attuali cittadini non avevano mai conosciuto. Quindi ogni segnale di miglioramento, anche minimo, è buono per esorcizzare la paura di non farcela.
E poi è cocente perché gli incentivi messi in atto sono davvero un poderoso invito a spendere.

Come la rottamazione, sui cui effetti si interrogava ieri fin dal titolo del suo commento il Wall Street Journal: perché non hanno fatto da volano ai consumi come ci si aspettava? La risposta consolatoria è che essendo stati disponibili solo dopo la seconda metà di luglio occorrerà agosto per vedere appieno il loro impatto, specie dopo che il governo li ha rifinanziati alzando il plafond da 850 milioni a 2 miliardi di dollari.

Dunque per il futuro il loro effetto dovrebbe farsi sentire. Al punto che non sono cambiate le previsioni degli economisti sulla crescita del Pil: 2,2% per il trimestre in corso, 2,3% quello che inizia a ottobre. Siccome qui i consumi fanno circa il 70% del Pil, è chiaro che le previsioni mettono in conto la loro sicura ripresa.

Ma che fatica far tornare i compratori nei negozi. Nemmeno l’esasperazione dei saldi, diventati strategia di vendita permanente, e il fatto che ad essa non si sottraggano più nemmeno i grandi marchi (il negozio della Lacoste sulla Quinta Strada è assediato dagli europei entusiasticamente stralunati di fronte alla possibilità di potersi comprare la maglietta del coccodrillo per meno di 40 dollari), è sin qui servita a risalire la china.

Solo andando fuori New York, e girando per gli enormi ipermercati, la scena diventa più affollata. A Yonkers per esempio, tetra cittadina a una mezz’ora di macchina da Manhattan, si può fare un test probante visitando il paradisiaco triangolo della spesa che comprende Stew Leonard’s (alimentari), Costco (alimentari all’ingrosso, una sorta di Metro europea) e Home Depot ( bricolage e tutto per la casa).

Il sabato pomeriggio le famiglie in pellegrinaggio ci vanno a fare la spesa della settimana. Non sono però tutti affollati allo stesso modo. A Stew Leonard’s quasi non si riesce ad entrare. Per scoprire il motivo basta restare lì e guardare. Ogni reparto ha un banco di piccoli assaggi gratuiti: si va dal vino, agli antipasti, alla carne con la senape, alla frutta e al gelato. La gente che disciplinatamente fa la fila, e che spesso ripassa dallo stesso banco due o tre volte, non va lì per comprare, ma per mangiare. Gratis.

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