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«Dissi a Borsellino dei contatti tra i carabinieri e Ciancimino»

15 ottobre 2009 in mafia

Paolo Borsellino seppe che i carabinieri avevano agganciato Vito Ciancimino per una sua possibile collabora zione il 28 giugno 1992, ultima domenica del mese, all’aeropor to di Fiumicino, mentre torna va da Bari e aspettava il volo per Palermo.

Glielo disse Lilia na Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto al fianco del ministro della Giustizia Martelli dopo la strage di Capaci. A lei l’aveva ri­ferito proprio l’ufficiale dell’Ar ma che aveva preso contatto con l’ex sindaco mafioso: il ca pitano Giuseppe De Donno, il quale — attraverso la Ferraro — voleva informare lo stesso Guardasigilli. Forse perché per «trattare» con Ciancimino, vici nissimo ai corleonesi Riina e Provenzano, c’era bisogno di «garanzie politiche», come rac conta Martelli.

Una ricostruzione negata dai carabinieri, tanto che l’ormai ex capitano De Donno s’è già ri volto a un avvocato per intra prendere ogni possibile iniziati va a sua tutela. Sostiene di non aver mai parlato con Liliana Ferraro dei suoi colloqui con Ciancimino, che per lui vestiva i panni del semplice «confiden te ». Ma ieri la testimone ha con­fermato tutto ai magistrati di Caltanissetta e Palermo che in dagano sulle stragi del ’92 e sul l’ipotetica trattativa tra Stato e mafia.

Precisando che della cir costanza parlò già nel 2002 col pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi del ’93. Quando De Donno andò a trovarla — ha ricordato ieri la Ferraro — era sconvolto per la morte di Falcone avvenuta cir ca un mese prima, era in cerca di nuovi riferimenti giudiziari per le indagini, e lei lo invitò ad affidarsi a Borsellino, al l’epoca procuratore aggiunto di Palermo.

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La vedova Borsellino ai pm “Ecco tutti i sospetti di Paolo”

14 ottobre 2009 in mafia, notizia

HA PARLATO come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: “Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti”. È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D’Amelio.

Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall’altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare “quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio”. Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell’autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.

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NAVE VELENI: ASSESSORE GRECO, SILENZIO ASSORDANTE

1 ottobre 2009 in ecologia, mafia

“C’e’ un silenzio assordante a tutti i livelli”. L’assessore all’Ambiente della regione Calabria, Silvio Greco, torna sul ritrovamento della cosiddetta nave dei veleni a largo delle coste calabresi e lo fa durante una conferenza stampa nella sede romana del Wwf Italia.

“Tranne che nella Commissione ambientale delle Regioni, che io coordino, abbiamo trovato attorno a noi un silenzio assordante a tutti i livelli istituzionali e, ancora oggi, non sappiamo come il ministro intende muoversi”.

L’assessore si dice ancor piu’ preoccupato “dalle voci secondo le quali manca la volonta’ di cercare le altre navi” indicate dal pentito di ‘ndrangheta che, con le sue rivelazioni, ha consentito il ritrovamento della nave dei veleni. “Lo stesso pentito ha parlato di altre due navi affondate. Dobbiamo trovare anche quelle”.

Mafia: Censis, 13 mln di italiani costretti a convivere con le cosche

1 ottobre 2009 in mafia

Il 22% della popolazione italiana vive in comuni dove si sente la presenza mafiosa. E’ quanto emerge dal rapporto del Censis sul ‘Condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno’.

«Dieci casse di esplosivo militare Così ho affondato le navi dei veleni»

15 settembre 2009 in mafia

Dall’articolo di Carlo Macrì e Mario Porqueddu sul corriere.it

«Ave­vamo bisogno di affondare delle navi che ci erano state commis sionate ed erano al largo di Cetra ro. Ci serviva un motoscafo per portare l’esplosivo da riva fino al largo». È il 21 aprile 2006 e a Mila no un magistrato antimafia racco glie la testimonianza del pentito Francesco Fonti, che dal 1966 fi no al gennaio del ’94, quando è iniziata la sua collaborazione con la giustizia, ha fatto parte della ’n drangheta: entrato da picciotto e uscito con la «dote» di vangelo dalla famiglia Romeo, padroni di San Luca. Fonti parla di un episo dio che fa risalire al 1993: l’affon damento, con tanto di truffa al l’assicurazione, di una nave cari ca di rifiuti radioattivi nel Tirre no.

Lui c’era e ricorda: «Nelle na vi in quel momento c’era una cer ta quantità di fusti che non erano stati smaltiti all’estero…». I moto scafi li procurò Franco Muto, boss di Cetraro, al quale andaro no 200 milioni di lire per il distur bo; dall’Olanda arrivarono una decina di casse di esplosivo mili tare; il carico finito in fondo al mare, invece, secondo il pentito era di origine norvegese. Al magi strato racconta i preparativi con Muto: «Ci siamo incontrati in quel negozio di mobili. Spaccaro telle è il nome del mobilificio. Noi gli abbiamo detto che aveva mo bisogno di un paio di moto scafi e lui ha detto: ‘No, non ci so no problemi. Quanto grandi li vo lete? Da altura, da mezzo mare?’. E ci procurò due motoscafi. Noi caricammo… il materiale esplosi vo l’avevamo portato da San Luca e, da Cetraro Marina, alla fine del lato Nord, c’erano i motoscafi, fin là si può arrivare anche con le macchine sulla strada interna del lungomare… Abbiamo preso le casse di esplosivo, le abbiamo messe sui motoscafi e siamo par titi al largo, siamo arrivati alle na vi, gli autisti dei motoscafi hanno aspettato, noi abbiamo fatto il tra sbordo e le abbiamo lasciate lì. Il giorno dopo siamo tornati di nuo vo per sistemare l’esplosivo nei punti dove doveva esplodere per far imbarcare l’acqua e mandarle a fondo. Solamente che affondar le tutte e tre assieme lì abbiamo pensato che non era tanto intelli gente, e abbiamo deciso una di farla affondare lì, le altre due di mandarle una verso lo Ionio, a Metaponto, e l’altra verso Mara tea ». Il magistrato, quasi stupito, gli chiede del viaggio a Metapon to, e Fonti spiega: «Ma sopra c’era l’equipaggio eh…! Faceva tutto il giro» dello Stretto di Messina.

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A sedici anni dalla morte di Don Puglisi intimidazione al centro Padre Nostro

15 settembre 2009 in mafia

Le celebrazioni per ricordare padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia a Palermo il 15 settembre di 16 anni fa, sono state segnate dall’ennesimo attentato intimidatorio nei confronti del Centro Padre Nostro, fondato proprio dal parroco. Qualcuno nella notte tra domenica e lunedì si è introdotto nel centro polivalente in via San Ciro, nel quartiere Brancaccio, danneggiando la struttura e rubando alcuni attrezzi da lavoro.

“E’ stata scassinata la porta del magazzino – dice Maurizio Artale, presidente del centro Padre Nostro – Non ci sembrava vero, ricordare padre Puglisi senza denunciare un attentato, un intrusione, un furto”. L’intrusione è avvenuta mentre fervono i preparativi per le manifestazioni organizzate dal centro Padre Nostro per l’anniversario dell’omicidio del prete.

“Anche la delinquenza – sostiene Artale – vuol far sapere che ci sono anche loro a Brancaccio oltre alle fulgide figure come padre Puglisi e come gli infaticabili volontari e operatori”. Oltre al portone di ferro, che è stato divelto, è stato abbattuto un tramezzo, sono stati rubati una carriola, alcuni attrezzi e parte dei ponteggi alla ditta che sta realizzando il progetto del centro polivalente sportivo.

Numerosi gli attestati di solidarietà giunti al centro Padre Nostro. Per il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, il segno che la strada indicata e percorsa da don Puglisi fosse quella giusta “è testimoniato dal fatto che si debba registrare proprio oggi un ennesimo attentato a uno dei frutti più concreti del suo lavoro”. E il senatore Giuseppe Lumia (Pd) invita “a non sottovalutare questa incursione, il lavoro del centro continua a dare fastidio oggi come allora”.

Proprio di fronte al centro polivalente, accanto alla sede del centro Padre nostro, stasera si concluderà la fiaccolata che partirà alle 21 da piazzale Anita Garibaldi in memoria di padre Puglisi. Domani nella Cattedrale di Palermo, l’arcivescovo monsignor Paolo Romeo officerà la messa alle 18, alla quale parteciperà il presidente del Senato Renato Schifani. Alle 21 nel centro sportivo sarà presentata la canzone ‘L’aquila maestrà, dedicata a padre Pino Puglisi, composta dai volontari del centro Padre Nostro, Marco Ferrigno e Antonella Pantaleo, e cantata dai ragazzi del quartiere Brancaccio. Le manifestazioni si concluderanno domenica prossima.

fonte: repubblica.it

Tutta la nostra solidarietà a Pino, Incursione notturna nell’abitazione di Pino Masciari

21 agosto 2009 in mafia, notizia

TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETA’ A PINO E ALLA SUA FAMIGLIA

200809 Gazzetta del Sud - Incursione notturna nell'abitazione di Pino Masciari

Non abbiamo purtroppo aggiornamenti di rilievo, e il purtroppo è dovuto al fatto che non ravvisiamo reazioni pronte da parte degli organi responsabili della sicurezza della famiglia Masciari in località protetta così come dal mondo della politica fatto salvo le parole dell’europarlamentare On. Gianni Vattimo: l’unica reazione immediata e concreta è la ripresa immediata della difesa popolare attuata dagli amici di Pino Masciari.

Non agire di fronte a tale scempio significa esserne complice.

Pubblicheremo man mano la rassegna stampa conoscendo la puntualità dell’informazione delle testate calabresi: il primo articolo qui a lato è della Gazzetta del Sud, l’articolo è di Marialucia Conistabile.

L’agenzia di ieri:

STRANA ‘VISITA’ IN RESIDENZA SEGRETA TESTIMONE GIUSTIZIA



(AGI) – Vibo Valentia, 19 go. – Due individui, dopo aver scavalcato il balcone della casa della localita’ segreta dove vive Pino Masciari, il testimone di giustizia calabrese, sono entrati nella camera da letto mentre lo stesso stava dormendo con la moglie Marisa, nella stanza accanto dove c’erano i figli. Il fatto e’ avvenuto poco dopo le tre di stamattina. “Se non mi e’ preso un infarto stavolta significa che non mi prendera’ mai piu’ – dice Masciari – e come prima cosa ho pensato ai miei figli, poi ho avvisato i servizi. Non intendo comunque commentare il fatto piu’ di tanto. So soltanto – aggiunge – che sono senza protezione e che quando vogliono mi posso ammazzare”.

19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via d’Amelio

19 agosto 2009 in mafia, notizia

Dal blog di Gioacchino Genchi ioacchinogenchi.blogspot.com

di Pietro Orsatti – 28 luglio 2009 (http://www.orsatti.info)
INCHIESTA Nuova pista per le indagini sull’assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell’esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».

Nuova pista per le indagini sull’assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell’esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».

Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni, le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati. Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia».

Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi diciassette anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via d’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto.
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Salvatore Borsellino: «Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello»

19 agosto 2009 in mafia, notizia

17 agosto 2009, Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D’Amelio di Mario Cagnetta

Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta.

Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l’incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest’ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».
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