You are browsing the archive for 1.

Italiani pagano 7800 euro annui in imposte, tasse e tributi

9 settembre 2009 in 1

Nel nostro Paese gli italiani versano più tasse rispetto a quanto poi si vedono restituire in termini di spesa pro-capite per i servizi sociali, la sicurezza, la scuola e la sanità. A rilevarlo è uno studio della CGIA di Mestre, da cui in particolare è emerso come tra imposte, tasse e contributi ogni italiano versi in media allo stato ben 7.777 euro.

Il dato è superiore a quello della Germania dove il peso fiscale pro-capite è pari a 7.052 euro, ma dove, pur tuttavia, i cittadini ricevono di più dallo Stato; allo stesso modo, se in termini di peso tributario su ogni cittadino transalpino gravano ben 8.972 euro di tasse annue, lo Stato poi però restituisce ben 10.494 euro in spesa sociale. Ma come mai in Italia il saldo tra tasse versate e spesa sociale è negativo rispetto a Paesi “cugini” come la Germania e la Francia?

E’ tutta colpa dell’evasione fiscale? Ebbene, Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, sottolinea come tale divario non sia legato solo a quei contribuenti che dichiarano meno di quanto realmente incassano, ma anche ad una bella fetta di economia sommersa, ovverosia tutti coloro che al Fisco non hanno dichiarato mai nulla e continuano indisturbati a fare affari. Ma come si esce da questa situazione? Ebbene, il Segretario dell’Associazione degli artigiani mestrina ritiene che sia ingiusto e tutt’altro che equo il fatto che i cittadini, e non tutti purtroppo, continuino a pagare le tasse anche per gli altri non ricevendo servizi decenti in quantità ed in qualità.

Di conseguenza è necessario attuare un’opera di razionalizzazione della spesa pubblica, tagliando le spese della pubblica amministrazione e provvedendo a ridurre le imposte. A farne le spese, secondo quanto messo in evidenza da Giuseppe Bortolussi, sono tra l’altro le fasce più deboli della popolazione, visto che a fronte di una pressione tributaria elevata non ci sono risorse sufficienti ed adeguate per il sostegno alle politiche abitative, per i giovani, per le famiglie in difficoltà, per i disabili e per tutti quei soggetti che vivono sempre più spesso ai margini della nostra società.

Fonte: Fiscoetributi.com

Bancomat: come proteggersi dalle truffe

9 settembre 2009 in 1

Qualche mese fa un impiegato della Microsoft si era fermato allo sportello di una banca di New York per prelevare i soldi che gli sarebbero serviti per pagare il suo barbiere. Una volta inserita la carta, notò un po’ di resistenza, mentre sullo schermo compariva un messaggio di errore. Così provò una seconda volta. Invano: ancora un messaggio di errore.

L’impiegato stava per arrendersi quando un dubbio lo colse all’improvviso: non si tratterà di una delle truffe di cui sempre più frequentemente si sente parlare? Un semplice controllo e la scoperta: l’impiegato si accorse che la struttura in plastica in cui aveva inserito la carta di credito era mobile e, nascosta, c’era una telecamera pronta a registrare il suo Pin.

Non occorre andare oltreoceano per incontrare storie come questa. La vicenda dell’impiegato newyorkese è uno degli esempi citati nel rapporto ATM crime: Overview of the European situation and golden rules on how to avoid it, con cui l’Enisa (European Network and Information Security Agency) mette in guardia sui rischi che si corrono usando gli sportelli automatici (Atm, acronimo di Automated teller machine). Solo lo scorso anno il costo dei reati commessi in Europa tramite questi strumenti è stato di quasi mezzo miliardo di euro (485,15 milioni). Negli Stati Uniti, la perdita stimata per il 2008 è pari a 350mila dollari al giorno.

Un fenomeno, quello delle truffe realizzate attraverso gli Atm, in preoccupante aumento: un recente rapporto dell’East (European ATM Security Team) ha rilevato per il 2008 un incremento del 149% rispetto al 2007. Così, mentre cresce il numero di sportelli automatici in Europa (l’anno scorso hanno raggiunto quasi 400mila unità, segnando un +6% rispetto all’anno precedente), sempre più sono le occasioni che i truffatori hanno per carpire denaro ai malcapitati.

Tante e sempre più ingegnose le tecniche utilizzate, spiega l’Enisa. Gli “attacchi” agli sportelli bancari automatizzati sono sostanzialmente di tre tipi: quelli finalizzati a rubare le informazioni della carta di un singolo utente; quelli, mirati ai computer e network, che hanno l’obiettivo di raccogliere i dati delle banche; quelli fisici, più “tradizionali” ma certo non meno insidiosi.

Nella prima categoria rientra il cosiddetto skimming, una delle tecniche più utilizzate (vedi immagine, fonte East ): attraverso uno strumento, chiamato appunto “skimmer” (una sorta di finta fessura per l’inserimento della carta) i truffatori sono in grado di leggere la banda magnetica e di copiare i dati. Grazie poi all’utilizzo di una telecamera “spia” o di una apposita copertura sovrapposta alla tastiera, i malviventi possono “leggere” e memorizzare il codice segreto.

I dati così acquisiti vengono usati per produrre bancomat contraffatti, con cui prelevare poi denaro in maniera fraudolenta. Quando si verifica una truffa di questo genere, spesso l’utente si allontana dallo sportello automatico, convinto di aver effettuato un normale prelievo; solo più tardi, magari guardando l’estratto conto, si accorge dell’anomalia. Nel 2008, riporta l’Enisa, i casi di skimming in Europa sono stati 10.302.

Un’altra forma di “furto” della carta è il card trapping, la cui variante più conosciuta è il “Lebanese Loop”: in questo caso la carta, una volta inserita, viene trattenuta dallo sportello automatico, grazie a un supporto montato sull’apparecchio. A questo punto i malviventi leggono il codice, appostandosi alle spalle dell’ignaro utente, oppure usando metodi analoghi a quelli dello skimming o, ancora, tecniche di distrazione. In questo caso ad essere sottratto è l’originale della carta.

Un’altra strada percorsa dai truffatori è quella di usare programmi informatici per attaccare il sistema attraverso il quale gli Atm comunicano con le banche, in modo da raccogliere i dati delle carte e i codici segreti. Esiste poi il phishing, una truffa che si consuma attraverso le email. I malfattori spediscono una messaggio, fingendosi una banca e chiedendo informazioni sul conto corrente.

Attraverso queste email, l’utente viene invitato, mediante un link, a connettersi a un sito, creato appositamente per mettere in atto la truffa e somigliante a quello della banca. All’utente viene quindi chiesto di introdurre dati sensibili, come il numero della carta e il Pin. Anche in questo caso, le informazioni raccolte vengono poi usate per produrre carte, prelevare denaro dal conto del truffato o per effettuare vendite.
Proprio per evitare simili truffe (già parzialmente arginate in Europa dall’introduzione delle Emv smarcard che offrono maggiori standard di sicurezza, spiega l’Enisa), l’agenzia europea ha stilato una lista di regole da seguire per non incappare in qualche spiacevole (e costoso) incidente.

Alcune banche offrono un servizio di sms, con il quale l’utente viene immediatamente avvisato dei pagamenti avvenuti. In ogni caso, ricorda l’Associazione bancaria italiana, è importante verificare periodicamente l’estratto conto (oggi è possibile farlo anche via internet) e segnalare tempestivamente alla propria banca prelievi o spese “sospette” che non si riconoscono come proprie.
In caso di anomalie, il primo step è quello di bloccare la carta di pagamento, sporgere denuncia alle autorità competenti e segnalare l’accaduto alla propria banca. Per gli acquisti o i pagamenti online con carta di credito, ricorda l’Abi, prima di inserire i dati è buona norma verificare che il sito offra una connessione protetta.

Fonte: Ilsole24ore.com

Immigrazione e Disinformazione

9 settembre 2009 in 1

Come spesso accade, la disinformazione e l’assenza d’informazione collidono generando stupidaggini.

Non è vero come dice a piè sospinto la Lega che la Spagna non ha subito l’invasione extra comunitaria grazie alla repressione.
L’associazione fra criminalità ed immigrazione è un preconcetto più che un concetto
E’ necessario, non essendoci rilevazioni scientifiche italiane che trattano il tema, quindi reperire dall’Eurostat alcune informazioni.
In “population and social condition”, Eurostat 2008, si rileva che:
• La maggior crescita dell’immigrazione nel 2006 è stata segnalata proprio in Spagna ed Irlanda. Rispetto al 2002, l’ immigrazione è raddoppiata in Irlanda ed è aumentata di tre quarti in spagna.
• Spagna, Germania ed Regno unito assorbono più della metà dell’immigrazione in europea.
• In termini assoluti, la Spagna riceve il maggior numero di migranti.
• Rapportati ai residenti, l’immigrazione in Italia è nella media europea, come dimostrato dal grafico immigrazione.
• Osservando oltre i dati dell’eurostat, è stato commentato in un altro post (link) precedenza un modello scientifico di indagine sul rapporto fra immigrazione e criminalità. Il modello dimostra che al 98% di probabilità non esiste una relazione significativa.
Probabilmente se si indagasse il rapporto fra stato sociale e crimini specifici, ci si accorgerebbe che agli strati meno abbienti sono associati crimini comuni mentre i più economicamente fortunati commettono crimini legati alla distrazione di fondi pubblici, alla corruzione ed agli interessi privati in atti pubblici. L’associazione fra criminalità ed immigrazione è un preconcetto più che un concetto.
• E’ utile ricordare che l’immigrazione via mare verso l’ Italia è marginale rispetto al totale.
Nota:E’ possibile aderire ad un partito senza giurare fedeltà assoluta e rinunciare alla razionalità.
Diciamolo ai leghisti.
Nota2: CY (che sta per Cipro) si trova in 2a posizione ma dato che:

a) a) il grafico è in percentuale ogni 1000abitanti;
b) b) Cipro ha pochi abitanti in relazione ai maggiori paesi della UE; quindi P.Q.M. il dato che ES e IE sono gli Stati UE in cui si ha maggiore immigrazione torna.
E’ strano come nè per RO (Romania) nè soprattutto per EL (Grecia) ci siano dati sulla Immigrazione Totale (available cioè disponibili).
Eppure la Grecia ne dovrebbe avere tanti…

Tolkien è libero

9 settembre 2009 in 1

Si è risolta finalmente la disputa che vedeva il Tolkien Trust e la HarperCollins Publishers contro la New Line Cinema, a causa di mancate percentuali corrisposte dai primi sui lauti incassi della trilogia del Signore degli Anelli firmata da Peter Jackson.

Le parti in causa si sono dette soddisfatte dall’accordo monetario, che non ci è dato sapere a quanto ammonti, ma di certo adesso non ci sono più limiti legali che impediscano la realizzazione del prequel della trilogia, The Hobbit, che come sappiamo sarà diretto da Guillermo del Toro.

I proventi saranno devoluti dal Tolkien Trust a opere di beneficienza.

B’Tselem accusa l’esercito israeliano sulle vittime civili a Gaza

9 settembre 2009 in 1

Le vittime civili durante l’operazione Piombo fuso contro la Striscia di Gaza sono state molte di più di quanto l’esercito israeliano non abbia ammesso. Lo dice un rapporto dell’Ong israeliana B’Tselem, pubblicato oggi, dopo un’accurata verifica di tutti i dati.

Secondo B’Tselem, complessivamente nelle tre settimane di Piombo fuso sono stati uccisi 1387 palestinesi, tra i quali 773 civili, di cui 109 donne e 252 bambini sotto i sedici anni. I combattenti uccisi sono 330 a cui bisogna aggiungere 248 poliziotti. In una trentina di casi non è stato possibile identificare con certezza se la vittima fosse un civile o un combattente.

Le cifre di B’Tselem coincidono sostanzialmente con quelle dell’Onu e delle Ong internazionali. L’esercito israeliano, invece, ha ammesso 1166 morti, di cui una cifra oscillante tra 710 e 870 sarebbero combattenti, tra 295 e 460 i civili, «solo» 49 le donne e 89 i bambini. Le cifre, comunque, non sono ufficiali e per questo, scrive B’Tselem, è impossibile verificare su quali dati si sia basato l’esercito.

B’Tselem aggiunge che «l’enorme numero di vittime civili e gli estesi danni a infrastrutture civili richiedono un profondo esame di coscienza da parte della società israeliana», perché per quanto la commistione tra civili e militari adottata talvolta dai palestinesi «sia ingiusta e immorale», non è comunque una giustificazione «per uno stato impegnato a rispettare le leggi di guerra».

La mafia parla, lo Stato tace

19 luglio 2009 in 1

Ora d’aria
in uscita su l’Unità del 20 luglio 2009

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti.
Dal 1996 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a “trattare” con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: lo stesso Riina e Bernardo Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ingaggiò una forsennata lotta contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gasparre Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. Dopodichè la trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Read the rest of this entry →

Via D’Amelio, 17 anni dopo

19 luglio 2009 in 1

Borsellino, l’ultimo Eroe…(l’ultima intervista…)

19 luglio 2009 in 1

Il nucleare in francia aumenta le bollette

12 luglio 2009 in 1

L’impresa francese di elettricità EDF ha chiesto un aumento di tariffe del 40% in tre anni per … finanziare nuove centrali nucleari..ma non continuano a drci che in Francia il nucleare permette di abbassare le bollette?

Odissea africana: il libro di un ragazzo sudanese salutato come un capolavoro.

6 luglio 2009 in 1

A 18 anni aveva già percorso 6000 km a piedi e attraversato i confini di otto stati senza passaporto. Anche il Guardian dedica una pagina a “The lost boy” di Aher Arop Bol.

Il viaggio di un ragazzo sudanese attraverso tutto il continente africano per sfuggire alla guerra civile e alla miseria. E’ il tema del libro “The lost boy”, (il ragazzo perduto), opera del giovane Aher Arop Bol, salutata dalla critica internazionale come un autentico capolavoro. Scritto in sole sei settimane, narra la strordinaria voglia di vivere e di lottare di questo venticinquenne, originario di Dinka, Sudan meridionale, fuggito dalla guerra civile che imperversava nel suo paese e arrivato in Sudafrica nel 2002.

L’Observer, edizione domenicale del Guardian di Londra, dedica al libro un lungo articolo riportando i commenti entusiasti di alcune riviste sudafricane come “Drum Magazine” che definisce l’opera “una straordinaria storia di dolore, di disperazione e soprattutto di sopravvivenza”.

LA STORIA – Oggi Arop Bol ha venticinque anni e vive a Pretoria, capitale del Sudafrica. E’ molto soddisfatto del successo di critica che ha avuto il suo libro, ma il suo grande sogno è quello di tornare nel suo paese natio e mettersi nel commercio. Il giovane ha lasciato il Sudan circa 22 anni fa: il suo villaggio allora fu attaccato dai ribelli e da allora si separò dai suoi genitori. Per alcuni anni visse in diversi campi profughi in Etiopia, Kenya e Zimbabwe assieme a uno zio.

I suoi primi ricordi sono legati a questo drammatico periodo quando, come racconta nel suo libro, “migliaia di uomini e donne morivano di fame” e i loro corpi erano ammassati e bruciati in grandi roghi. All’età di cinque anni si separa dallo zio che decide di arruolarsi nel “Movimento armato per la liberazione del popolo sudanese”.

Da allora per il piccolo Arop Bol comincia un’esistenza solitaria. Vive assieme ai rifugiati di guerra e qui conosce altri “lost boy”, ragazzi sudanesi che come lui hanno perduto la famiglia e vivono nei campi profughi. Con loro condivide la solitudine e il dolore, litiga per il poco cibo che riesce a procurarsi e assieme a questi coetanei passa anche notti sotto le bombe.

Come tanti rifugiati di guerra, quando si trova in alcuni campi profughi in Kenya, fa numerosi colloqui per essere adottato da una famiglia occidentale. Ma viene sempre scartato, perché è giudicato troppo giovane e il sogno di trasferirsi in un mondo senza guerra rimane una chimera. A 18 anni ha già percorso 6000 km e attraversato i confini di otto stati africani senza passaporto. Finalmente nel 2002 arriva in Sudafrica. Comincia a fare diversi lavoretti e contemporaneamente studia legge. Poi all’improvviso l’idea del libro che ottiene un grande successo di critica

Per leggere l’intero articolo di Francesco Tortora su corriere.it, Clicca qui