You are browsing the archive for Marco Bruni.

Politichetti!! ecco i veri problemi…Turismo: Italia 27a in classifica Wef

7 marzo 2011 in italia, turismo

L’Italia ha guadagnato un posto ma risulta solo ventisettesima – dietro a Malta, Estonia, Cipro e Belgio – nell’ultima classifica annuale sulla competitivita’ nel settore viaggio e turismo stilata dal World Economic Forum.

In vetta alla graduatoria tra i 139 Paesi presi in considerazione e’ stata confermata la Svizzera. ‘Svizzera, Germania e Francia sono i Paesi con il miglior clima per lo sviluppo dell’industria del viaggio e del turismo’, afferma il Wef nel suo rapporto.

Fonte: Ansa.it

Rinnovabili, cosa cambia

7 marzo 2011 in energia, energie rinnovabili


Dopo giorni di polemiche è giunta l’intesa in materia di rinnovabili: via il tetto degli 8mila megawatt di potenza fotovoltaica per avere gli incentivi e riduzione dal 30 al 22% del taglio al prezzo di ritiro dei certificati verdi per il periodo 2011-2015.

Inoltre ecco l’obbligo per le abitazioni italiane del 50% di energia verde per i consumi di acqua calda sanitaria, riscaldamento e raffrescamento entro il 2017 e un nuovo regime di incentivi a partire da giugno.

Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, ha affermato che non c’è stato “nessuno stop alle rinnovabili”, ma “solo una razionalizzazione del sistema per fermare le speculazioni finanziarie che finiscono per pesare sulle bollette degli italiani”.

Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, ha specificato che tale “punto di equilibrio” terrà conto “dell’obiettivo europeo del 17% di rinnovabili al 2020, della progressiva riduzione dei costi dei materiali e dei livelli dei bonus adottati dagli altri Paesi”.

Per il ministro Prestigiacomo dunque “si è adottata una strategia per contenere i costi sulla bolletta energetica e per intensificare i controlli contro le truffe e le frodi” e l’Italia resta così “saldamente dentro il settore delle rinnovabili, dando una prospettiva di sviluppo alle migliaia di aziende e alle decine di migliaia di lavoratori che operano nella filiera”.
Per Confindustria “il provvedimento pone le basi per uno sviluppo razionale della green economy italiana che avrà una ricaduta positiva sul costo dell’energia“.

Per il presidente di Rete imprese Italia, Remo Guerrini, “l’eliminazione del tetto degli 8mila megawatt non risolve il problema perché lo si sostituisce con la scadenza del conto energia prevista per il 30 maggio”.
Infine Edoardo Zanchini, responsabile energia e infrastrutture di Legambiente ha sottolineato che “imprenditori e cittadini sono lasciati nella più totale incertezza” e soltanto “chi ha già i cantieri aperti e finirà entro maggio avrà sicurezza sugli incentivi“. “Da giugno” – ha proseguito Zanchini – ”entrerà in vigore un nuovo sistema con tariffe più basse ma anche un limite annuale alle installazioni che non darà garanzie a chi vuole investire”.

Fonte: risparmiosoldi.it

Il governo vuole bloccare le rinnovabili

2 marzo 2011 in energia

“Il governo Berlusconi vuole bloccare le fonti rinnovabili a colpi di decreto per far posto al nucleare”: è l’accusa lanciata dalle associazioni ambientaliste. Il decreto è previsto per il 1° marzo.

“Il governo Berlusconi getta la maschera con un attacco senza precedenti alle fonti rinnovabili. Con la proposta di Decreto legislativo che verrà presentata il 1° marzo dal Ministro Romani si vogliono fermare l’eolico, il solare, e le biomasse in Italia per dare spazio al nucleare”. Così Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente, in occasione della conferenza stampa davanti al ministero dello Sviluppo economico convocata da Legambiente Greenpeace, Wwf, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Kyoto Club, Ises, Anev, Aper, Assoenergie futuro, Assosolare.

Questo decreto legislativo, se non verrà cambiato, “sarà un autentico schiaffo da parte di Romani nei confronti del Parlamento e della stessa Unione Europea- attacca Muroni- dopo due mesi di audizioni e confronti in Parlamento, con l’approvazione di risoluzioni da parte di Camera e Senato che proponevano correttivi al primo testo presentato dal Governo, perchè approvare un testo che non tiene in alcun conto queste proposte?”.

Forse, allora, aggiunge il direttore generale di Legambiente, “era questo l’obiettivo della campagna mediatica negativa condotta dal governo in questi mesi contro le fonti rinnovabili? Per far partire il nucleare facendolo pagare ai cittadini in bolletta?”. Ciò detto, “ci auguriamo- Muroni- che almeno il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo intervenga e faccia valere le ragioni dell’ambiente”. Legambiente ha analizzato nel dettaglio i contenuti della proposta di decreto legislativo in attuazione della direttiva 2009/28/Ce, che il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani presenta al Pre-Consiglio dei Ministri e che “bloccherebbe inesorabilmente lo sviluppo delle Rinnovabili in Italia”.

Per il solare fotovoltaico il Decreto prevede un tetto a 8.000 MegaWatt, dopo il quale è previsto lo stop a qualsiasi incentivo. Limite “incomprensibile, pari al fotovoltaico installato nel solo 2010 dalla Germania che ha così superato i 18.000 MW installati complessivamente puntando, in poco tempo, a raddoppiare questi obiettivi per raggiungere i target previsti dall’Unione Europea al 2020″. Per l’eolico, c’è un “taglio retroattivo del 30% per gli incentivi in vigore: quando l’Unione Europea ha stabilito il divieto a qualsiasi intervento retroattivo proprio perchè toglierebbero certezze agli investimenti delle imprese nel settore”.

Ancora, si lamenta “un fallimentare sistema di incentivi con aste per i nuovi impianti: invece di ripensare gli attuali sistemi di incentivo, o copiare i migliori sistemi in vigore nei Paesi dove le rinnovabili stanno crescendo, si vuole introdurre in Italia il sistema delle aste che ha fallito in tutti i Paesi in cui è stato introdotto”. C’è poi lo “stop ai regolamenti edilizi comunali e alle leggi regionali che spingono le rinnovabili in edilizia: altro che federalismo, il Decreto prevede il divieto di indicazioni ‘diverse o superiori’ a quelle previste nel testo per le fonti rinnovabili in edilizia, con la conseguenza che i Comuni e le Regioni che già sono intervenute, in alcuni casi con indicazioni molto più ambiziose, dovranno fare un passo indietro senza poter, in alcun modo, intervenire in materia”.

Fonte: Dire

North Dakota, il miracolo fatto in casa

12 novembre 2010 in economia

di Marcello Foa – ilgiornale.it.

Qual è lo Stato che può vantare una disoccupazione al 4,4%? E aumenti del PIL a due cifre con incrementi dei redditi delle persone fisiche pari al 23% tra il 2006 e il 2009? Uno pensa: non può essere che la Cina. Sbagliato. Anche nell’ansimante America c’è chi va alla grande. L’autore di questo miracolo è il North Dakota, ovvero uno dei piccoli e in apparenza marginali tra i 50 che compongono la federazione statunitense. La sua fortuna? Aver dato retta, tra il 1915 e il 1920, alla Nonpartisan League, un movimento locale che l’establishment tentò di fermare bollandolo come populista, ma che in realtà era lungimirante. Quel movimento indipendente propose agli elettori del North Dakota di non aderire al Federal Reserve System ovvero al circuito finanziario imperniato sulla Fed, la Banca centrale americana.

Pensavano, i contadini dello Stato, che non ci si potesse fidare dei banchieri di Wall Street e che fosse più saggio avvalersi di un Istituto indipendente. Il tempo ha dato loro ragione.

Il successo del North Dakota è tutto qui: pur usando il dollaro come valuta di scambio, oggi è l’unico Stato americano che non dipende dalla Federal Reserve. A garantire le sue riserve sono i cittadini, i quali, in caso di dissesti finanziari non potrebbero avvalersi dell’assicurazione federale sui depositi. Lo Stato corre un rischio, ma ipotetico: in oltre 90 anni di vita l’istituto non è mai stato in difficoltà ed è passato indenne attraverso ogni crisi.

Per legge lo Stato e tutti gli enti pubblici devono versare i fondi nelle casse della Banca centrale del North Dakota, che li usa non per ottenere utili mirabolanti, né per oliare indebitamente le banche private, ma per aiutare la crescita dello Stato. Di fatto agisce come un’agenzia di sviluppo economico e dunque sostiene progetti d’investimento, concede finanziamenti a tassi molto bassi, nonché un numero impressionante di prestiti agli studenti a condizioni eque.

Sarà per la mentalità contadina di quella gente o per le virtù civiche sia degli amministratori della banca che dei cittadini, ma il tasso di spreco e di inefficienza è bassissimo. Per dirla in altri termini: quegli investimenti non sono sprecati in progetti insensati o improduttivi, dunque non producono carrozzoni parapubblici con interessi e prospettive clientelari, ma producono ricchezza nel territorio e dunque nuovo gettito fiscale, nuovi fondi per la banca; insomma, generano un ciclo virtuoso.

Sembra l’uovo di Colombo, ma altro non è che il trionfo del buon senso. In ultima analisi lo scopo della banca centrale di un Paese dovrebbe essere quello di agevolare uno sviluppo economico armonioso e senza squilibri finanziari o inflazionistici. La Bank of North Dakota ci riesce a tal punto da chiudere ogni anno in utile (nel 2009 per 58 milioni di dollari), denaro che torna ai legittimi proprietari ovvero ai contribuenti. Il sistema funziona così bene che diversi Stati americani vogliono imitarlo. E mica solo staterelli, anche colossi come California, Ohio, Florida, stufi di un meccanismo che negli ultimi trent’anni ha creato una ricchezza illusoria.

La Federal Reserve, infatti, non appartiene ai cittadini americani, ma alle banche, che pertanto sono i suoi azionisti di riferimento, così come, peraltro, avviene per la Banca d’Italia. Il liberista Ron Paul da anni sostiene, inascoltato, che una Banca centrale non è nemmeno contemplata dalla Costituzione americana e che di fatto tradisce lo spirito dei fondatori degli Stati Uniti d’America. Furono gli ambienti di Wall Street, nel 1914, a indurre il presidente Wilson a creare la Fed, la quale, però, nel corso dei decenni ha assunto compiti e generato dinamiche devianti, sottraendo al popolo la sovranità finanziaria.

Contrariamente alla Fed, la North Dakota Bank non ha bisogno di considerare interventi straordinari a sostegno di un’economia asfittica, né di comprare i Buoni del Tesoro invenduti, per la semplice ragione che lo Stato non ha debiti ed è addirittura in surplus. La North Dakota Bank non ha seguito la moda dei subprime, né della cartolarizzazione dei debiti, né delle altre diavolerie finanziarie escogitate negli ultimi anni dai dissennati e avidissimi manager delle grandi banche d’affari. Ha continuato ad essere una banca centrale al servizio della comunità, capace di mettere a disposizione dei privati le risorse necessarie per avviare imprese che poi non vivono di sussidi, ma secondo le regole di mercato. È la rivincita di un’America semplice e vincente, ma di cui nessuno parla mai.

Fonte: www.ilgiornale.it.

Siamo i migliori…Evasione fiscale: Italia al top in Europa

5 novembre 2010 in economia

Fino a quando non risolveremo questo problema e non recupereremo tutte le tasse evase, l’economia italiana rimarrà bloccata con un debito pubblico enorme da paese della repubblica delle banane.

Preoccupante. Non è possibile definire altrimenti i risultati dell’elaborazione firmata da Contribuenti.it sull’evasione fiscale in Italia. L’associazione dei contribuenti, con lo Sportello del contribuente, monitora da diversi anni il rispetto del sistema fiscale dimostrato dai cittadini del Belpaese; le ultime stime in proposito sono molto chiare: 3 contribuenti su 4 non sarebbero in linea con le pretese del Fisco.

L’inadeguatezza del redditometro
Secondo Contribuenti.it, sono in molti a non rispettare le richieste avanzate dall’Amministrazione finanziaria sulla base del redditometro (il nuovo strumento di accertamento sintetico che calcola il reddito imponibile e l’ammontare da versare all’erario attraverso consumi e tenore di vita).

Nel dettaglio, con riferimento all’anno di imposta 2008, risulterebbe non congruo alle pretese del Fisco il 74,6% dei contribuenti. Spingendo lo sguardo fino all’anno d’imposta 2010, l’associazione di contribuenti stima che tale percentuale possa crescere fino all’83,3%.

Dati significativi
I dati comunicati da Contribuenti.it descrivono un’Italia popolata di furbi e, forse, incapace di sopportare il peso di una pressione fiscale eccessiva. Nel Belpaese, durante i primi 9 mesi del 2010, l’evasione fiscale è cresciuta del 9,2%, mantenendo saldamente il primato europeo. La somma delle evasioni individuali raggiunge l’esorbitante cifra di 156 miliardi annuali.

Alle spalle dell’Italia nella classifica degli evasori, su scala europea, si piazzano la Romania Romania (42,3% del reddito imponibile non dichiarato), da Bulgaria (39,8%), Estonia (38,3%), Slovacchia (35,4%).

L’identikit dell’evasore secondo Contribuenti.it
Tenendo in considerazione cinque aree di evasione fiscale (l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese), Contribuenti.it ha tracciato un ritratto dell’evasore italiano tipo.

A evadere di più, stando a quanto rilevato dall’associazione di contribuenti, sono gli industriali (32,8% degli evasori totali). Poco meno pronti a sfuggire dalle pretese del Fisco sarebbero, poi, i banari e gli assicurativi (28,3%). Più distaccati, in graduatoria, risultano essere i commercianti (11,7%), gli artigiani (10,9%), i professionisti (8.9%) e i lavoratori dipendenti (7,4%).

Guardando la cartina geografica dell’Italia, infine, si scopre che l’evasione è affare soprattutto del Nord Ovest (29,4% del totale nazionale), seguito a non troppa distanza dal Sud (24,5%). Il centro (23,3%) e il Nord Est (22,9%), invece, sembrano essere più ligi ai doveri fiscali.

Come la vedono i contribuenti
Le colpe di così elevati tassi di evasione non sarebbero solo dei contribuenti, ma di inefficienze e irrazionalità dello Stato. Questo, almeno, è quello che sostiene Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it: “Per combattere l’evasione fiscale bisogna ridurre le attuali aliquote fiscali di almeno 5 punti, migliorare la qualità dei servizi pubblici offerti eliminando gli sprechi di denaro pubblico e riformare il fisco sulla tax compliance. Serve archiviare al più presto e per sempre la stagione degli scudi fiscali e dei condoni che hanno arricchito i grandi evasori, incentivando il personale dell’amministrazione finanziaria con premi specifici ogni qual volta riescono a recuperare imponibile sottratto al fisco da parte delle grandi imprese.”

Fonte soldiblog.it

Ecco perché l’italia è un paese senza futuro e per vecchi…A Oxford con la borsa che Cota vorrebbe tagliare

3 novembre 2010 in 1

Per leggere tutto l’articolo di ANDREA ROSSI clicca qui

Ventisette anni, calabrese, si è laureato all’Università a Torino e oggi lavora a una delle più importanti ricerche sulle scienze sociali.

Quando sente che il Piemonte vorrebbe concedere le borse di studio soltanto ai piemontesi, gli scappa da ridere. «Davvero? Non lo sapevo. In compenso mi hanno detto che il governo ha tagliato dell’80 per cento i fondi per il diritto allo studio. Sempre peggio».

Dalla sua stanza, a Oxford, si può guardare l’Italia con un po’ di distacco e la serenità di avere 27 anni e lavorare a un programma di ricerca che in Italia certi studiosi di 40 o 50 si sognano. Emanuele Ferragina è un paradosso vivente di quel che l’Italia e il Piemonte stanno mettendo in discussione. Aveva diciott’anni quando lasciò Catanzaro, in mano una borsa di studio per l’Università di Torino. «Volevo studiare Relazioni internazionali. L’unica alternativa era Gorizia. Non ho avuto dubbi». Nemmeno dieci anni dopo ha acciuffato un posto a Oxford, dove fa ricerca e insegna Politiche sociali comparate. E ora che guarda alle beghe di casa nostra e ai volantini con i meridionali che fanno il gesto dell’ombrello ai piemontesi, la voglia di ridere sparisce: «Senza quell’aiuto io non avrei potuto laurearmi. La mia famiglia non se lo poteva permettere».

In Calabria il corso di laurea che Ferragina aveva scelto non c’era. «Senza la borsa di studio del Piemonte non so dove sarei oggi. Non qui, di sicuro. E come me decine di studenti che abitavano al Collegio Einaudi. Eravamo tanti, e non solo dal Sud». Ha continuato a vincere una borsa dietro l’altra: per la doppia laurea Torino-Science Po Bordeaux, per l’École de Commerce di Parigi. Nel 2006 si è laureato, sempre a Torino, sempre grazie al sostegno economico. Un anno dopo era in Inghilterra. Senza rimpianti: «Volevo dedicarmi alla ricerca. Il professore con cui mi sono laureato, Nicola Negri (docente di Sociologia economica all’Università di Torino), e i suoi colleghi francesi con cui avevo lavorato, mi hanno consigliato di fare le valigie». Guai a parlare di fuga di cervelli: «Il problema non è se un italiano va a lavorare o studiare all’estero. Il guaio è che pochissimi stranieri scelgono l’Italia. Io lavoro insieme con ragazzi di ogni nazionalità, ma in paesi come Francia o Germania per ogni giovane che va via ce n’è uno o più d’uno che arriva dall’estero».

Per leggere tutto l’articolo di ANDREA ROSSI clicca qui

Finalmente è stato trovato il nuovo leader vincente del centro sinistra

27 ottobre 2010 in politica, video

La bolletta degli italiani rischia di diventare “più cara” con il nucleare. Ad affermarlo il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi.

26 ottobre 2010 in energia

Ronchi, proprio a a Montalto di Castro, a nord di Roma, dove pare potrebbe sorgere la prima centrale nucleare voluta dal governo Berlusconi, ha presentato i risultati di un’indagine secondo la quale “l’ elettricità prodotta da centrali nucleari costa il 16% in più di quella prodotta da centrali a gas e il 21% in più di quella da centrali a carbone”.

Il costo dell’elettricità prodotta dall’uso dell’atomo, in particolare, secondo quanto si legge nell’indagine, è mediamente di 72,8 Euro a Megawattora (MWh) più elevato rispetto ai 61 Euro/MWh delle centrali a gas (meno 16%) e ai 57,5 Euro/MWh delle centrali a carbone (meno 21%).

Il confronto si basa sull’analisi di 8 studi recenti pubblicati fra il 2008 e il 2010 (Agenzia Nucleare dell’Ocse, Ufficio del Budget del Congresso Usa, Dipartimento dell’Energia Usa, Massachusetts Institute of Technology, Commissione Europea, Camera dei Lords, Electric Power Research Institute e Moody’s).

Sul tema dei costi effettivi dell’elettricità prodotta dalle nuove centrali nucleari serve quindi, afferma la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, più “trasparenza”. Secondo l’indagine della Fondazione l’Italia “paga” la ripartenza da zero, la necessità di importare reattori “che non produciamo”, le caratteristiche del nostro territorio, e “le forti opposizioni locali”.

Fonte: Ansa

Sintel, cortometraggio fantasy fatto col software open source blender

26 ottobre 2010 in video

CAMPANIA: L’ABI CONTRO LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

25 ottobre 2010 in 1