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Cos’ha la Norvegia che l’Italia non ha?

10 marzo 2011 in economia, italia

di Nicoletta Forcheri – mercatoliberotestimonianze.blogspot.com

La Norvegia sarebbe un caso da studiare e da emulare: un surplus del 10%, un profitto netto dei titoli di stato di Oslo del 6,197%, di più del 4,747% del bund e del 2,931% dei bond svizzeri, il piu’ basso tasso di disoccupazione (rif.Wall Street Italia). Quello che l’articolo non dice lo si può trovare facilmente su wikipedia, e cioé che l’economia norvegese è caratterizzata dalla proprietà statale di grossi comparti industriali cruciali come il petrolio (Statoil), l’energia idroelettrica (Statkraft), l’alluminio (Norsk Hydro), la principale banca del paese (DnB NOR), e le telecomunicazioni (Telenor), e che ben il 30% del valore della borsa di Oslo è in mano allo Stato.

Se si comprendono anche le partecipazioni in società non quotate, la quota pubblica aumenta drasticamente con i titoli petroliferi diretti. Insomma, la Norvegia ha la sua IRI intatta, prima del golpe bianco del Britannia.

Inoltre il petrolio del paese è controllato dal governo tramite i maggiori operatori come il 62% in Statoil nel 2007, la controllata statale al 100% Petoro, e SDFI, oltre al controllo delle licenze di esplorazione e produzione. Una sorta di ENI alla Mattei, prima del fatale “incidente”.

Poi scopro che il paese, pur essendo il primo produttore ed esportatore di petrolio d’Europa, non è membro dell’OPEC, e che ha fondato un FONDO PENSIONI SOVRANO nel 1995 per ridistribuire i proventi del petrolio, del fisco, dei dividendi, delle cessioni e delle royalties. Si aggiunga a questo che non fa parte dell’UE e che la sua corona è pertanto più sovrana/pubblica dell’euro.

Infine, la Banca centrale norvegese gestisce uffici di investimento a LONDRA, NEW YORK E SHANGHAI.

Viene da chiedersi: ma se l’Italia fosse come la Norvegia monetariamente sovrana cioè fuori dall’euro?

E se non fosse trivellata da cima a fondo da multinazionali estere e/o finanziarie (come l’ENI) per i suoi giacimenti di idrocarburi, i secondi per ordine di importanza in Europa ?

E se per le nostre preziose risorse elettriche non fosse sfruttata da scatole cinesi della multinazionale di stato francese EDF?

E se le nostre risorse idriche, tra le maggiori al mondo, non fossero in mano alle multinazionali dell’acqua in bottiglia tipo Nestlé, e dai due colossi francorotti Suez Gaz de France e Veolia?

E se i proventi di dette risorse pubbliche li gestissimo per ridistribuirli al popolo come nei paesi dove esiste un social welfare?

Avremmo un debito pubblico inesistente come la Norvegia?

E se e se e se. Ma come siete ingenui. Noi siamo dei birboni, abbiamo avuto Mussolini, siamo indisciplinati, pizza pasta e mandolino, insomma siamo italiani e meritiamo una penalizzazione. Bisognerebbe come minimo che la Banca d’Italia fosse di proprietà pubblica, con una moneta credito, al contrario dell’euro debito. Bisognerebbe come minimo non avere ceduto al golpe bianco del Britannia (nel 1992, decisione della svendita dell’IRI con l’aiuto della svalutazione della Lira in seguito all’attacco di Soros), per la verità poi neanche riconosciuto come tale dalla stampa ufficiale.

Ieri il ministro portoghese e quello austriaco hanno segnalato la loro contrarietà il primo all’euro, il secondo al bilancio UE per via degli insensati salvataggi delle banche; irlandesi e greci non ne possono più e sono i primi ad avere capito sulla loro pelle quello che negli USA oramai è diventato il segreto di pulcinella, e cioè che Bernanke/Trichet stampano moneta a (nostro) debito per salvare le banche creditrici dei debiti sovrani mentre l’eurocratese continua a mescolare le carte sibilando che è per salvare gli Stati, oramai morti e sepolti dagli stessi eurocrati.

Decidere di uscire dall’euro è possibile in virtù del Trattato di Lisbona: e se la esplorassimo, per rifondare una moneta credito del popolo?

Fonte: http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2010/11/cosha-la-norvegia-che-litalia-non-ha.html.

Non Mandate i Figli all’Università. Imparateli Mariuoli

10 marzo 2011 in scuola

Non mandate i figli all’università. Insegnategli a fare i ladri. E’ questo l’originale slogan con il quale i dipendenti dell’Informatica Telecomitalia, in procinto di intraprendere il tempestoso viaggio di una cessione di ramo d’azienda, aprono un volantino con il quale cercano di far conoscere il loro comprensibile timore per una procedura che, in Italia, è diventata un modo trasversale ed indiretto per ridurre drasticamente il personale. Cosa piuttosto evidente anche se si nasconde dietro il disputabile italiano di termini dal sinistro eufemismo quali “efficientamento“. (Il correttore automatico è praticamente andato in tilt su questa parola. Ho dovuto far ripartire il computer).

Senza entrare nel merito della questione, che ci riproponiamo di approfondire se e quando saranno disponibili informazioni più certe, è interessante il contenuto dell’invito che, aldilà dell’evidente intento provocatorio, obbliga noi genitori a riflettere sul tipo di educazione da trasmettere ai nostri bambini.

Fino a qualche anno fa era tutto più semplice. Bastava dare il buon esempio, tenerli lontano dalle cattive influenze, magari farli laureare. In fondo a questo percorso c’era la tiepida prospettiva di un impiego dignitoso, la tredicesima e le feste di Natale insieme ai nipotini. Più che una vita, un semifreddo. Probabilmente non eccitante come una carriera di rockstar, di mercenario o di scrittore, ma con la prospettiva di poter cercare di sviluppare la sensibilità interiore che, fortunatamente, non dipende dal danaro o dal mestiere avventuroso che si fa.

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I nostri bambini intossicati dai pesticidi

10 marzo 2011 in inquinamento

In occasione della Biodomenica Legambiente e Aiab lanciano un nuovo allarme: i nostri bambini sono a rischio per i livelli di fitofarmaci dell’agricoltura convenzionale. Le normative vigenti non prendono in esame il “multiresiduo” e si basano su valori di tolleranza per adulti…

Se quasi la metà della frutta in commercio è contaminata da uno o più residui chimici (43,9% secondo l’ultimo rapporto “Pesticidi nel piatto” di Legambiente realizzato sui dati ufficiali del Ministero della Salute), è più che probabile che gustando una bella macedonia ingeriremo anche una sostanziosa varietà di sostanze chimiche. E così anche quando gustiamo un succo o qualsiasi altro prodotto a base di frutta. E chi sono i principali consumatori di questi prodotti? I bambini ovviamente, che però andrebbero tutelati in maniera più attenta e mirata.

A lanciare l’allarme Legambiente e AIAB nel corso della Biodomenica 2009, la manifestazione che ha visto scendere nelle piazza di tutta Italia migliaia di agricoltori del bio con i loro prodotti tipici. “La normativa attuale – dichiara il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza presente alla Biodomenica romana – ancora non prende in considerazione il multiresiduo, cioè la concentrazione su un medesimo prodotto di diversi pesticidi contemporaneamente, e i potenziali effetti che già il buon senso fa immaginare come pericolosi. Inoltre, i limiti delle sostanze chimiche consentite sono stabiliti prendendo in considerazione l’organismo di un uomo adulto. È inevitabile perciò porsi il problema dell’adeguamento di questi limiti all’organismo delle donne e dei bambini”.

Alcuni ricercatori dell’Università di Seattle hanno concentrato infatti la loro attenzione sull’esposizione ai pesticidi nell’alimentazione dei bambini, tenendo conto del fatto che, in relazione alla massa corporea, mangiano più di un adulto e consumano alimenti a più elevato rischio di residui di pesticidi. Lo studio ha analizzato i residui di pesticidi e loro metaboliti in bambini di età pre-scolare e ha scoperto che i piccoli che consumano frutta e verdura biologica presentano una concentrazione di residui sei volte più bassa dei coetanei che consumano prodotti convenzionali. In particolare, la ricerca ha messo in evidenza che i residui dei fitofarmaci, una volta assorbiti con l’alimentazione, si distribuiscono a tutto l’organismo, venendo così metabolizzati dal fegato e intaccando eventualmente il sistema nervoso centrale.

“A fronte dei risultati di tante ricerche che dimostrano la dannosità dei pesticidi – afferma Andrea Ferrante, presidente dell’Aiab – è importante riaffermare che nel settore agroalimentare italiano, i prodotti da agricoltura biologica sono di gran lunga i più controllati, e dunque quelli che forniscono maggiori garanzie al consumatore che li sceglie”.

Numerosi studi mettono in evidenza i rischi di disfunzioni dell’apparato riproduttore (malformazioni del tratto urogenitale maschile, neoplasie al testicolo in età adolescenziale e una diminuzione della qualità del seme), correlate alla presenza di composti in grado di interferire con la normale regolazione ormonale, come appunto i pesticidi. In particolare, alterazioni dei livelli di ormoni durante la fase embrionale e fetale possono avere ripercussioni importanti sulla salute riproduttiva, ma anche sulla maturazione del sistema nervoso.

Studi epidemiologici condotti su gruppi di bambini esposti durante la gravidanza ad alcune classi di pesticidi, soprattutto organoclorurati e organofosfati, utilizzati in aree ad alta produzione agricola, hanno evidenziato che questi bambini andavano incontro ad esposizione cumulativa attraverso la placenta, il latte materno e successivamente l’alimentazione, con conseguenze quali, ad esempio, la riduzione della circonferenza cranica e del peso corporeo alla nascita[1],[2] nonché effetti sullo sviluppo neurologico.[3] A risultati analoghi sono giunti i pediatri del Mount Sinai Hospital di New York, che hanno rilevato la maggior vulnerabilità dei bambini ai pesticidi con danni al sistema immunitario in fase di sviluppo, sul sistema nervoso centrale e su quello ormonale, dichiarando di avere chiare prove che l’esposizione del feto agli antiparassitari organofosforati provoca la nascita di bambini con minor circonferenza cranica e rischio di deficit intellettivo.

In particolare, studi condotti da ricercatori della Columbia University e dell’Università di Berkeley, hanno mostrato che l’esposizione in utero a pesticidi organofosfati induce un ritardo nella maturazione dei riflessi nelle prime fasi di vita neonatale[4] e un maggior rischio di sviluppare disturbi dell’attenzione e iperattività nei primi tre anni di vita.[5]

In Italia, uno studio ha preso in considerazione l’esposizione dei bambini ai pesticidi organofosforici[6], valutando la presenza di metaboliti dei pesticidi organofosforici nelle urine di 195 bambini tra i 6 e i 7 anni di età della provincia di Siena. La raccolta dei campioni si accompagnava a un questionario sullo stile di vita e sulle abitudini alimentari. I risultati di questo studio hanno mostrato, in accordo con gli studi statunitensi, che la concentrazione di metaboliti alchilfosfati era significativamente più elevata nei bambini rispetto a quanto riscontrato in un precedente campione di adulti della stessa zona, anche se le concentrazioni più elevate erano associate più all’uso domestico degli organofosforici – e in particolare del Clorpirifos (CPF) – come insetticidi che alla dieta alimentare.

Studi condotti dall’Instituto Regional de Estudios en Sustancias Tóxicas (IRET), dell’Università Nazionale del Costa Rica (UNA) e dall’Istituto Karolinska di Stoccolma, hanno rilevato un rischio maggiore per i figli di genitori che lavorano nell’ambito agricolo di contrarre la leucemia rispetto a bambini che vivono in ambiti differenti. Al termine dello studio, la Dr.ssa Patricia Mongue Guevara, sottolinea che il contatto di padri e madri con i pesticidi, prima della nascita e durante il primo anno di vita del bambino, contribuisce alla comparsa della leucemia infantile. Lo studio ha anche evidenziato la sinergia tra gruppi diversi di pesticidi: tra gli organofosforati (Diclorvos, Fenamifos, Malation, Metamidofos, Foxim e Terbufos) e erbicidi (Paraquat e Picloram) e fungicidi (Benomil e Mancozeb).Il rischio sembra essere tanto più alto se, durante la gravidanza, è la madre ad essere entrata in contatto con i pesticidi.

Le osservazioni fatte a seguito di questi studi pongono l’attenzione sulla necessità di adottare procedure di valutazione del rischio su un modello sinora non considerato, e cioè sull’organismo di una bambina (per la maggiore sensibilità agli effetti sugli organi riproduttivi) nella fascia d’età più sensibile dal punto di vista dell’organismo, e cioè da zero anni alla pubertà.

“Questa consapevolezza – ha continuato Vittorio Cogliati Dezza – ci spinge a cercare di promuovere, diffondere e segnalare tutte quelle realtà produttive virtuose che in nome della salute dei consumatori e dell’ambiente hanno messo al bando i pesticidi e le sostanze chimiche che facilitano le produzioni a scapito della qualità. Tanto più che l’Italia ha un primato paradossale: siamo infatti tra i principali produttori di alimenti bio ma agli ultimi posti tra i consumatori, dal momento che tantissimi nostri ottimi alimenti hanno un gran mercato nel resto d’Europa e nel mondo ma zero possibilità nel nostro paese”.

Fonte: Legambiente

Amianto, il peggio deve ancora venire

10 marzo 2011 in inquinamento

In Italia muoiono ogni anno 4 mila persone per l’esposizione all’amianto. Previsto un picco di vittime tra il 2015 e il 2018. Si stima che i siti contaminati in Italia sono 27 mila.

In Italia quattro mila morti l’anno per esposizione all’amianto. Lo denunciano i ricercatori Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro) durante la prima giornata della Conferenza Mondiale sull’amianto in corso a Taormina. ”Ma il dato e’ destinato a crescere. Tra il 2015-2018 e’ previsto un picco di vittime”, aggiungono. ”Vogliamo sensibilizzare l’opinione pubblica – sottolinea il commissario straordinario dell’Ispesl Antonio Moccaldi – L’eta’ media della diagnosi e’ intorno ai 68 anni”.

La conferenza è nata con l’obiettivo di bandire l’amianto a livello internazionale per non creare discrepanze tra i paesi industrializzati e i paesi in via di sviluppo. Ferma intenzione dei promotori quella sollecitare interventi di bonifica e di prevenzione per la sicurezza e la salute dei lavoratori e degli ambienti di vita. Nel nostro paese, secondo i dati ufficiali, sarebbero infatti presenti in più di 27 mila siti contaminati da amianto.

Fonte: Ansa

Sì al fotovoltaico, non sui terreni liberi. Napolitano però firma il decreto

8 marzo 2011 in energia, energie rinnovabili


Il Movimento Stop al Consumo di Territorio polemizza contro l’introduzione del nuovo decreto taglia rinnovabili. Era meglio proibire l’occupazione dei terreni liberi e puntare sui tetti. Napolitano intanto approva.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato ieri il D.Lgs rinnovabili di attuazione della direttiva 2009/28/CE. A questo punto il provvedimento verrà inviato alla Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione.

Il Presidente dunque evidentemente non ha accolto l’appello degli operatori a non avvallare il decreto, ritenuto per vari motivi incostituzionale. (Qualenergia.it, Appello al Presidente: ‘Il decreto rinnovabili è incostituzionale’).

Il Movimento Stop al Consumo di Territorio intanto ha espresso il massimo disappunto nell’analizzare il decreto sulle rinnovabili, approvato giovedì scorso dal Consiglio dei Ministri.

Il Movimento Stop al Consumo di Territorio aveva ritenuto indispensabile, nel Novembre 2009, avviare la campagna nazionale “Sì al fotovoltaico, ma non su terreni liberi” evidenziando il manifestarsi di gravi squilibri nell’indirizzo di una politica energetica nazionale che, se da un lato promuoveva ed incentivava i nuovi impianti di produzione di energia da fonti finalmente non fossili, allo stesso tempo non teneva conto dell’esigenza di dirigere gli investimenti e, macroscopicamente, favoriva l’esproprio di immense distese di terreni fertili (e di agricoltori …) per far spazio a grandi investimenti a terra.

“Avevamo sollecitato la Conferenza Stato/Regioni a voler discutere ed approvare, finalmente, apposite linee guida di regolamentazione del fenomeno, ferme dal 2003.

Avevamo sollecitato la necessità di non incentivare economicamente i nuovi impianti a terra e, all’opposto, di stimolare la capillare realizzazione dei nuovi impianti sui tetti di capannoni, abitazioni, strutture edilizie già esistenti, piazzali ed ogni altra situazione già “compromessa” da cemento ed asfalto.

Convinti che migliaia (milioni …) di piccoli interventi fossero anche una garanzia per un diffuso vantaggio della intera popolazione e non l’ennesimo atout per esclusive grandi speculazioni.

Ci eravamo detti delusi per il poco coraggio con cui la Conferenza Stato/Regioni ed il Governo avevano deliberato l’agognata regolamentazione nell’estate dello scorso anno, demandando alle singole Regioni i criteri attuativi di queste linee guida insufficienti nel tutelare – con forza – terreni e paesaggi.

Oggi, con grande amarezza, annotiamo questo ennesimo spiacevole atto da parte di un Governo che, in modo sempre più evidente, mostra di voler azzerare qualunque intelligente e pianificata strategia per traghettare il Paese verso l’energia alternativa alle fonti fossili, per un ritorno al nucleare domestico, evidentemente obiettivo primo degli intendimenti del Governo stesso (ma l’imminente voto referendario siamo certi saprà fermare questo insano desiderio …) .

Non possiamo non leggere in questo modo la nuova ravvicinata scadenza del Conto energia in vigore, con due anni di anticipo e ridefinendo in forma retroattiva le sovvenzioni già promesse e praticamente assegnate; la decisione di ridurre drasticamente gli incentivi futuri; l’assenza di un’intesa con le Regioni”.

Il Movimento Stop al Consumo di Territorio, nel ribadire il suo “Sì al fotovoltaico, ma non su terreni liberi”, il suo fermo invito a votare SI’ al prossimo referendum contro il nucleare.

Fonte: aamterranuova.it

Politichetti!! ecco i veri problemi…Turismo: Italia 27a in classifica Wef

7 marzo 2011 in italia, turismo

L’Italia ha guadagnato un posto ma risulta solo ventisettesima – dietro a Malta, Estonia, Cipro e Belgio – nell’ultima classifica annuale sulla competitivita’ nel settore viaggio e turismo stilata dal World Economic Forum.

In vetta alla graduatoria tra i 139 Paesi presi in considerazione e’ stata confermata la Svizzera. ‘Svizzera, Germania e Francia sono i Paesi con il miglior clima per lo sviluppo dell’industria del viaggio e del turismo’, afferma il Wef nel suo rapporto.

Fonte: Ansa.it

Rinnovabili, cosa cambia

7 marzo 2011 in energia, energie rinnovabili


Dopo giorni di polemiche è giunta l’intesa in materia di rinnovabili: via il tetto degli 8mila megawatt di potenza fotovoltaica per avere gli incentivi e riduzione dal 30 al 22% del taglio al prezzo di ritiro dei certificati verdi per il periodo 2011-2015.

Inoltre ecco l’obbligo per le abitazioni italiane del 50% di energia verde per i consumi di acqua calda sanitaria, riscaldamento e raffrescamento entro il 2017 e un nuovo regime di incentivi a partire da giugno.

Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, ha affermato che non c’è stato “nessuno stop alle rinnovabili”, ma “solo una razionalizzazione del sistema per fermare le speculazioni finanziarie che finiscono per pesare sulle bollette degli italiani”.

Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, ha specificato che tale “punto di equilibrio” terrà conto “dell’obiettivo europeo del 17% di rinnovabili al 2020, della progressiva riduzione dei costi dei materiali e dei livelli dei bonus adottati dagli altri Paesi”.

Per il ministro Prestigiacomo dunque “si è adottata una strategia per contenere i costi sulla bolletta energetica e per intensificare i controlli contro le truffe e le frodi” e l’Italia resta così “saldamente dentro il settore delle rinnovabili, dando una prospettiva di sviluppo alle migliaia di aziende e alle decine di migliaia di lavoratori che operano nella filiera”.
Per Confindustria “il provvedimento pone le basi per uno sviluppo razionale della green economy italiana che avrà una ricaduta positiva sul costo dell’energia“.

Per il presidente di Rete imprese Italia, Remo Guerrini, “l’eliminazione del tetto degli 8mila megawatt non risolve il problema perché lo si sostituisce con la scadenza del conto energia prevista per il 30 maggio”.
Infine Edoardo Zanchini, responsabile energia e infrastrutture di Legambiente ha sottolineato che “imprenditori e cittadini sono lasciati nella più totale incertezza” e soltanto “chi ha già i cantieri aperti e finirà entro maggio avrà sicurezza sugli incentivi“. “Da giugno” – ha proseguito Zanchini – ”entrerà in vigore un nuovo sistema con tariffe più basse ma anche un limite annuale alle installazioni che non darà garanzie a chi vuole investire”.

Fonte: risparmiosoldi.it

Il governo vuole bloccare le rinnovabili

2 marzo 2011 in energia

“Il governo Berlusconi vuole bloccare le fonti rinnovabili a colpi di decreto per far posto al nucleare”: è l’accusa lanciata dalle associazioni ambientaliste. Il decreto è previsto per il 1° marzo.

“Il governo Berlusconi getta la maschera con un attacco senza precedenti alle fonti rinnovabili. Con la proposta di Decreto legislativo che verrà presentata il 1° marzo dal Ministro Romani si vogliono fermare l’eolico, il solare, e le biomasse in Italia per dare spazio al nucleare”. Così Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente, in occasione della conferenza stampa davanti al ministero dello Sviluppo economico convocata da Legambiente Greenpeace, Wwf, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Kyoto Club, Ises, Anev, Aper, Assoenergie futuro, Assosolare.

Questo decreto legislativo, se non verrà cambiato, “sarà un autentico schiaffo da parte di Romani nei confronti del Parlamento e della stessa Unione Europea- attacca Muroni- dopo due mesi di audizioni e confronti in Parlamento, con l’approvazione di risoluzioni da parte di Camera e Senato che proponevano correttivi al primo testo presentato dal Governo, perchè approvare un testo che non tiene in alcun conto queste proposte?”.

Forse, allora, aggiunge il direttore generale di Legambiente, “era questo l’obiettivo della campagna mediatica negativa condotta dal governo in questi mesi contro le fonti rinnovabili? Per far partire il nucleare facendolo pagare ai cittadini in bolletta?”. Ciò detto, “ci auguriamo- Muroni- che almeno il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo intervenga e faccia valere le ragioni dell’ambiente”. Legambiente ha analizzato nel dettaglio i contenuti della proposta di decreto legislativo in attuazione della direttiva 2009/28/Ce, che il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani presenta al Pre-Consiglio dei Ministri e che “bloccherebbe inesorabilmente lo sviluppo delle Rinnovabili in Italia”.

Per il solare fotovoltaico il Decreto prevede un tetto a 8.000 MegaWatt, dopo il quale è previsto lo stop a qualsiasi incentivo. Limite “incomprensibile, pari al fotovoltaico installato nel solo 2010 dalla Germania che ha così superato i 18.000 MW installati complessivamente puntando, in poco tempo, a raddoppiare questi obiettivi per raggiungere i target previsti dall’Unione Europea al 2020″. Per l’eolico, c’è un “taglio retroattivo del 30% per gli incentivi in vigore: quando l’Unione Europea ha stabilito il divieto a qualsiasi intervento retroattivo proprio perchè toglierebbero certezze agli investimenti delle imprese nel settore”.

Ancora, si lamenta “un fallimentare sistema di incentivi con aste per i nuovi impianti: invece di ripensare gli attuali sistemi di incentivo, o copiare i migliori sistemi in vigore nei Paesi dove le rinnovabili stanno crescendo, si vuole introdurre in Italia il sistema delle aste che ha fallito in tutti i Paesi in cui è stato introdotto”. C’è poi lo “stop ai regolamenti edilizi comunali e alle leggi regionali che spingono le rinnovabili in edilizia: altro che federalismo, il Decreto prevede il divieto di indicazioni ‘diverse o superiori’ a quelle previste nel testo per le fonti rinnovabili in edilizia, con la conseguenza che i Comuni e le Regioni che già sono intervenute, in alcuni casi con indicazioni molto più ambiziose, dovranno fare un passo indietro senza poter, in alcun modo, intervenire in materia”.

Fonte: Dire

North Dakota, il miracolo fatto in casa

12 novembre 2010 in economia

di Marcello Foa – ilgiornale.it.

Qual è lo Stato che può vantare una disoccupazione al 4,4%? E aumenti del PIL a due cifre con incrementi dei redditi delle persone fisiche pari al 23% tra il 2006 e il 2009? Uno pensa: non può essere che la Cina. Sbagliato. Anche nell’ansimante America c’è chi va alla grande. L’autore di questo miracolo è il North Dakota, ovvero uno dei piccoli e in apparenza marginali tra i 50 che compongono la federazione statunitense. La sua fortuna? Aver dato retta, tra il 1915 e il 1920, alla Nonpartisan League, un movimento locale che l’establishment tentò di fermare bollandolo come populista, ma che in realtà era lungimirante. Quel movimento indipendente propose agli elettori del North Dakota di non aderire al Federal Reserve System ovvero al circuito finanziario imperniato sulla Fed, la Banca centrale americana.

Pensavano, i contadini dello Stato, che non ci si potesse fidare dei banchieri di Wall Street e che fosse più saggio avvalersi di un Istituto indipendente. Il tempo ha dato loro ragione.

Il successo del North Dakota è tutto qui: pur usando il dollaro come valuta di scambio, oggi è l’unico Stato americano che non dipende dalla Federal Reserve. A garantire le sue riserve sono i cittadini, i quali, in caso di dissesti finanziari non potrebbero avvalersi dell’assicurazione federale sui depositi. Lo Stato corre un rischio, ma ipotetico: in oltre 90 anni di vita l’istituto non è mai stato in difficoltà ed è passato indenne attraverso ogni crisi.

Per legge lo Stato e tutti gli enti pubblici devono versare i fondi nelle casse della Banca centrale del North Dakota, che li usa non per ottenere utili mirabolanti, né per oliare indebitamente le banche private, ma per aiutare la crescita dello Stato. Di fatto agisce come un’agenzia di sviluppo economico e dunque sostiene progetti d’investimento, concede finanziamenti a tassi molto bassi, nonché un numero impressionante di prestiti agli studenti a condizioni eque.

Sarà per la mentalità contadina di quella gente o per le virtù civiche sia degli amministratori della banca che dei cittadini, ma il tasso di spreco e di inefficienza è bassissimo. Per dirla in altri termini: quegli investimenti non sono sprecati in progetti insensati o improduttivi, dunque non producono carrozzoni parapubblici con interessi e prospettive clientelari, ma producono ricchezza nel territorio e dunque nuovo gettito fiscale, nuovi fondi per la banca; insomma, generano un ciclo virtuoso.

Sembra l’uovo di Colombo, ma altro non è che il trionfo del buon senso. In ultima analisi lo scopo della banca centrale di un Paese dovrebbe essere quello di agevolare uno sviluppo economico armonioso e senza squilibri finanziari o inflazionistici. La Bank of North Dakota ci riesce a tal punto da chiudere ogni anno in utile (nel 2009 per 58 milioni di dollari), denaro che torna ai legittimi proprietari ovvero ai contribuenti. Il sistema funziona così bene che diversi Stati americani vogliono imitarlo. E mica solo staterelli, anche colossi come California, Ohio, Florida, stufi di un meccanismo che negli ultimi trent’anni ha creato una ricchezza illusoria.

La Federal Reserve, infatti, non appartiene ai cittadini americani, ma alle banche, che pertanto sono i suoi azionisti di riferimento, così come, peraltro, avviene per la Banca d’Italia. Il liberista Ron Paul da anni sostiene, inascoltato, che una Banca centrale non è nemmeno contemplata dalla Costituzione americana e che di fatto tradisce lo spirito dei fondatori degli Stati Uniti d’America. Furono gli ambienti di Wall Street, nel 1914, a indurre il presidente Wilson a creare la Fed, la quale, però, nel corso dei decenni ha assunto compiti e generato dinamiche devianti, sottraendo al popolo la sovranità finanziaria.

Contrariamente alla Fed, la North Dakota Bank non ha bisogno di considerare interventi straordinari a sostegno di un’economia asfittica, né di comprare i Buoni del Tesoro invenduti, per la semplice ragione che lo Stato non ha debiti ed è addirittura in surplus. La North Dakota Bank non ha seguito la moda dei subprime, né della cartolarizzazione dei debiti, né delle altre diavolerie finanziarie escogitate negli ultimi anni dai dissennati e avidissimi manager delle grandi banche d’affari. Ha continuato ad essere una banca centrale al servizio della comunità, capace di mettere a disposizione dei privati le risorse necessarie per avviare imprese che poi non vivono di sussidi, ma secondo le regole di mercato. È la rivincita di un’America semplice e vincente, ma di cui nessuno parla mai.

Fonte: www.ilgiornale.it.

Siamo i migliori…Evasione fiscale: Italia al top in Europa

5 novembre 2010 in economia

Fino a quando non risolveremo questo problema e non recupereremo tutte le tasse evase, l’economia italiana rimarrà bloccata con un debito pubblico enorme da paese della repubblica delle banane.

Preoccupante. Non è possibile definire altrimenti i risultati dell’elaborazione firmata da Contribuenti.it sull’evasione fiscale in Italia. L’associazione dei contribuenti, con lo Sportello del contribuente, monitora da diversi anni il rispetto del sistema fiscale dimostrato dai cittadini del Belpaese; le ultime stime in proposito sono molto chiare: 3 contribuenti su 4 non sarebbero in linea con le pretese del Fisco.

L’inadeguatezza del redditometro
Secondo Contribuenti.it, sono in molti a non rispettare le richieste avanzate dall’Amministrazione finanziaria sulla base del redditometro (il nuovo strumento di accertamento sintetico che calcola il reddito imponibile e l’ammontare da versare all’erario attraverso consumi e tenore di vita).

Nel dettaglio, con riferimento all’anno di imposta 2008, risulterebbe non congruo alle pretese del Fisco il 74,6% dei contribuenti. Spingendo lo sguardo fino all’anno d’imposta 2010, l’associazione di contribuenti stima che tale percentuale possa crescere fino all’83,3%.

Dati significativi
I dati comunicati da Contribuenti.it descrivono un’Italia popolata di furbi e, forse, incapace di sopportare il peso di una pressione fiscale eccessiva. Nel Belpaese, durante i primi 9 mesi del 2010, l’evasione fiscale è cresciuta del 9,2%, mantenendo saldamente il primato europeo. La somma delle evasioni individuali raggiunge l’esorbitante cifra di 156 miliardi annuali.

Alle spalle dell’Italia nella classifica degli evasori, su scala europea, si piazzano la Romania Romania (42,3% del reddito imponibile non dichiarato), da Bulgaria (39,8%), Estonia (38,3%), Slovacchia (35,4%).

L’identikit dell’evasore secondo Contribuenti.it
Tenendo in considerazione cinque aree di evasione fiscale (l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese), Contribuenti.it ha tracciato un ritratto dell’evasore italiano tipo.

A evadere di più, stando a quanto rilevato dall’associazione di contribuenti, sono gli industriali (32,8% degli evasori totali). Poco meno pronti a sfuggire dalle pretese del Fisco sarebbero, poi, i banari e gli assicurativi (28,3%). Più distaccati, in graduatoria, risultano essere i commercianti (11,7%), gli artigiani (10,9%), i professionisti (8.9%) e i lavoratori dipendenti (7,4%).

Guardando la cartina geografica dell’Italia, infine, si scopre che l’evasione è affare soprattutto del Nord Ovest (29,4% del totale nazionale), seguito a non troppa distanza dal Sud (24,5%). Il centro (23,3%) e il Nord Est (22,9%), invece, sembrano essere più ligi ai doveri fiscali.

Come la vedono i contribuenti
Le colpe di così elevati tassi di evasione non sarebbero solo dei contribuenti, ma di inefficienze e irrazionalità dello Stato. Questo, almeno, è quello che sostiene Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it: “Per combattere l’evasione fiscale bisogna ridurre le attuali aliquote fiscali di almeno 5 punti, migliorare la qualità dei servizi pubblici offerti eliminando gli sprechi di denaro pubblico e riformare il fisco sulla tax compliance. Serve archiviare al più presto e per sempre la stagione degli scudi fiscali e dei condoni che hanno arricchito i grandi evasori, incentivando il personale dell’amministrazione finanziaria con premi specifici ogni qual volta riescono a recuperare imponibile sottratto al fisco da parte delle grandi imprese.”

Fonte soldiblog.it