Italia, il primo cambiamento dev’essere culturale. Non c’è riforma che tenga. Il rinnovamento parte da noi.

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L’anno vecchio è finito, ma all’alba del nuovo, sembra che ci risvegliamo, come sempre, con i soliti difetti.
Molti commentatori sottolineano, quasi in ogni pubblica-televisiva occasione, la necessità di un profondo cambiamento (e il ritardo ormai accumulato), pena la definitiva condanna al sottosviluppo del non troppo amato ex Belpaese. Tutti condividono l’indispensabilità del cambiamento, eppure nulla cambia.

In Italia sembra che siamo bravi a cercare i colpevoli, l’importante è partire dagli errori altrui, e a fermarci a questi. Tutti, ad esempio, condanniamo l’intenzionale immobilismo di questo o quel governo, o la mancata incisività dell’ultimo.

UN RUOLO PER TUTTI
Non che voglia sminuire le indubbie e abnormi colpe della classe dirigente italiana, sicuramente incapace rispetto alle sfide dell’attuale momento storico, ma credo sia anche opportuno interrogarsi sulle responsabilità di tutta la collettività, porsi la domanda se ognuno di noi è cosciente di appartenere a una società complessa, se è consapevole dell’importanza del proprio ruolo, dell’importanza di svolgere in modo appropriato e corretto il proprio ruolo.

Il cambiamento sarà vero e profondo non tanto per opera di questa o quella legge, o grazie a uno sciopero o a una manifestazione, ma solo se tutta la collettività sentirà proprio il cambiamento stesso. Certo, ognuno di noi nel suo “piccolo”, ma sono i nostri “piccoli mondi” a costituire nel loro insieme il nostro Belpaese: l’Italia siamo noi, non loro.Forse, il cambiamento non avviene proprio perché non parte dal basso, da tutti noi.

MALATTIE DI GRUPPO
L’altro giorno è apparsa la notizia, su un noto quotidiano nazionale, di ben 14 vigili urbani, della stessa città, che si sono tutti ammalati, in contemporanea, il 31 dicembre. Tra questi, quattro sono anche dirigenti sindacali. Il 2 gennaio sono guariti tutti, ma avrebbero usufruito di un permesso sindacale, è ovvio.

Non voglio commentare una notizia come questa, ma è evidente che quella rivoluzione culturale, quel cambiamento nel modo di pensare, quel considerarsi tutti un’unica società civile, che è migliore solo se il “piccolo mondo” di ognuno di noi è migliore, per il momento è ancora “solo” tema di urlati talk show televisivi.

La necessità di quel cambiamento non è sentita nemmeno da persone che ricoprono cariche sindacali, che in questo delicato momento storico dovrebbero costituire una spinta al cambiamento.

LA SOMMA DEGLI EGOISMI
La nostra società, forse, è ancora la mera somma di tanti egoismi e personalismi in lotta tra loro, nell’affannata corsa a prevalere. Figli di una determinata cultura e di un dato percorso storico, non ci sentiamo parte di un meccanismo complesso, ma ci limitiamo al nostro “particulare”, con totale incuria nei confronti dell’interesse pubblico, come se questo non ci riguardasse.

Così sarà difficile recuperare, come in una grande barca dove i rematori vanno ognuno per i fatti propri.
Chissà se, anche in questa occasione, come già purtroppo avvenne per l’Illuminismo, a Napoli non si andrà oltre un po’ di “rumore”, avvertito sporadicamente da qualche letterato, o se l’auspicato cambiamento arriverà addirittura anche lì, trasformandola in Nea-neapolis.

Luce Tedesco

Fonte www.lettera43.it

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